Radio Alter on the Road Communications ha voluto incontrare Carlo Leone Dubois, un dj, un organizzatore di concerti, un manager ed una delle persone tra i più profondi conoscitori della musica dei nostri tempi, dalla popular music al rock. Stimato nel panorama sardo e italiano, è stato uno dei pilastri del mondo musicale sardo. A lui si deve la possibilità di avere creato la storia, o fatto diventare nel mondo della musica, la Sardegna come palcoscenico internazionale dell’Hard Core Punk e la musica Indie. Persona sensibile, con lui l’FBI, locale rinomato di Quartu Sant’Elena, ha conosciuto anni memorabili ed irripetibili nella storia della memoria musicale sarda.

Carlo una piccola biografia di tutte le cose che hai fatto da ragazzino fino ad oggi. Da dj ad organizzatore di concerti e manager.

Ci stavo pensando proprio qualche giorno fa. Tutto quello che ho fatto da ragazzino lo sto facendo anche adesso. Io ho tre punti fissi della mia vita, tre centri gravitazionali: che sono la pesca, intesa anche come natura, mare e paesaggi splendidi, libertà e un modo etico di pescare ed anche il lato mistico della pesca. Nella pesca ricerco me stesso in certe situazioni. Se non lavoro, perché io con la pesca lavoro in quanto accompagno molta gente a pescare, quando posso vado da solo, non voglio nessuno.

Tu ha sottolineato il “lato mistico” . Non a caso, visto che stiamo parlando di misticismo, Gesù Cristo scelse dei pescatori per la sua opera.

C’è un nesso perché io in quel modo di isolarmi in una atto meditativo del pescare ho sempre visto nelle figure dei pescatori il massimo rispetto di chi si procacciava il cibo per alimentare se stesso e le famiglie. La pesca era il sostentamento, la sopravvivenza dell’uomo. Oggi non è più così nel nostro mondo occidentale. Oggi vieni visto come un assassino, ed estremizzare la figura del cacciatore negativamente o del pescatore a volte è troppo radicale. L’uomo fin dall’antichità nasce pescatore, nasce cacciatore. In primi s per sfamarsi poi certamente oggi sta nel nostro equilibrio e nella nostra coscienza che certe stragi di animali sono un abominio. Come poi ti stavo dicendo la pesca farà parte sempre della mia vita sia come aspetto lavorativo e sia come un mio modo di vivere. Altro elemento della mia vita è la musica.

Dobbiamo sottolinearlo che nel mondo musicale sei stato produttore, manager, dj, organizzatore di concerti. In casa hai una discografia invidiatissima da molti per la ricchezza e le rarità che la compongono

Ha 10.000 titoli.

Hai portato in Sardegna i gruppi punk e hardcore punk americani più importanti della scena mondiale. Sei stato uno delle avanguardie e conoscenze in questo campo. Raccontaci

Premetto che non ho mai venduto un mio disco. Li ho tutti ed ogni tanto “ripesco” ed ascolto qualcosa che faceva parte della mia infanzia e mi rendo conto che sono dischi che non hanno tempo. In questo periodo, già da un anno e mezzo ho sposato tutto questo filone di musica in lingua sarda che va dall’Hip Hop al Raggamuffin, quell’aspetto musicale che mi ricorda la nostra isola che è molto solare e molto vivo, e poi per i testi perché ci sono delle liriche veramente validissime ed interessanti. Sono testi meravigliosi e profondi con tematiche quotidiane relative al nostro vivere attuale.

Poi in Sardegna abbiamo la tradizione della poesia e del canto improvvisato con strutture poetiche che regolano le gare stesse.

Si e ciò che mi appassiona è che parlino di temi ed argomenti di quello che si vive ogni giorno, di problematiche sociali e civili. Si parla dei problemi relativi alla terra, ad esempio per i contadini la terra che non da più quello che ci donava un tempo, del mare e il suo inquinamento, di questa isola sfruttata e venduta, dei rapporti non convenzionali con il vicinato, e di un certo modo di farsi giustizia da sé che ha sempre contraddistinto la nostra società sarda. In Sardegna vige un nostro codice dove ognuno di noi ha la sua “balentìa”. Ognuno di noi è un “balente”. Il sardo nasce balente, in una cultura della balentìa. Chi non lo è un minimo, non è sardo. Abbiamo tutti questo essere un poco “barrosi” , questa specie di orgoglio che è nel nostro essere.

Anche le nostre espressioni linguistiche rimarcano questa balentìa

Si è vero. In “bidda”, e mi dispiace chiamarla bidda perché la bidda per me è civiltà, rappresenta una microeconomia ed una piccola città in scala dove tutto funziona, e dove ci sono degli equilibri che regolano la vita, mentre nel capoluogo questi si sono persi da tempo. In bidda non c’è la famiglia che muore di fame. Tutti quanti si aiutano. C’è solidarietà, e l’aiuto non lo si sbandiera ai quattro venti, c’è molta discrezione e rispetto. A Cagliari non ci si aiuta e se qualcuno ha necessità viene anche deriso nel bisogno con frasi del tipo: “quello è un morto di fame”.

Perché questa Cagliari si distingue dal resto dell’isola? Dato che la vera Sardegna è quella solidale che si aiuta e che tutela la sua terra e territorio?

Io sono nato in una famiglia normale dove non c’è mai mancato nulla grazia a Dio e come il 90% delle famiglie cagliaritane non si è mai parlato in lingua sarda. I miei parlavano spesso in sardo e io lavorando nell’attività di mia madre ho conosciuto clienti provenienti da tutta la Sardegna. Proprio lì ho incominciato a capire chi era veramente il popolo sardo. Ho capito il valore del rispetto, dell’orgoglio e della dignità. Siamo un popolo che ha un alto senso della dignità. Voglio dire che possiamo mangiare anche patate, ma l’impegno e la stretta di mano ha ancora un grandissimo valore in questa terra, molto più di qualsiasi firma, o pezzo di carta scritto.

Questo più nell’entroterra e meno nella città

Si meno nella città. Cagliari, secondo me, si è proprio distaccata dalla Sardegna. Cagliari non ha una sardità. Io viaggio molto per la nostra isola e ti posso descrivere le altre città come Nuoro, Sassari e Oristano che ancora hanno una propria identità, mentre Cagliari ha perso la sua identità sarda. Rappresenta un poco una città alla ricerca di un qualcosa che non potrà essere mai. Non saprei come descriverla c’è questo senso di sentirsi di essere la California dell’Europa? Non saprei come descriverla! C’è un qualcosa di indefinito in Cagliari. C’è questa presunzione nel cagliaritano di essere “lì” , in certi posti, al momento giusto; non devi mostrati con certe persone o altre; devi seguire le mode, ecc.

L’apparenza cagliaritana. L’apparenza come valore dell’essere

Concordo. Cagliari è una città che da valore alle apparenze. A Cagliari ci vivo benissimo, ma non comunico più. Nel senso che le persone che oggi frequento e con le quali c’è dialogo sono quelle che più mi avvicinano a certe tematiche e la maggior parte di queste vivono dal medio campidano in su.

Mi stai rimarcando che ultimamente stai ritrovando questa musicalità della lingua sarda , della musica Hip hop, ecc., quali artisti in particolar modo? Io l’anno scorso ho ascoltato l’ultima produzione di Michele Atzori, Dr Drer, e affermo che è un’opera d’arte sia a livello musicale che linguistico.

Si confermo il valore artistico e l’impegno dei testi e nel sociale.

I suoi video e gli ultimi lavori non hanno niente da invidiare alle band americane come i “Rage Against the Machine” o Tom Morello con i suoi” Prophet of Rage”.

Mi piace questo argomento. Michele rappresenta con la sua band la Cagliari che dovrebbe essere. Loro sono molto cagliaritani. Rappresentano la migliore identità cagliaritana che purtroppo non c’è più. Nei loro testi vi si possono ritrovare vecchi termini di una Cagliari vecchia, di una Cagliari di mio padre, una Cagliari di via Azuni o di Stampace. Termini come offelleria, o termini che non sono quasi più in uso. Termini come “in sa primavera” che non esiste in parte nella lingua sarda, è invece “su beranu”. Loro sono stati molto bravi a ridare vita alla lingua e a questi termini. Non solo Michele , ma anche i Ratapignata altra band di queste parti stanno lavorando su una ottima ricerca linguistica. Ultimamente io mi sono avvicinato alle produzioni del medio campidano, nel senso della amicizia con Quilo , Alessandro de Sa Razza che ci conosciamo da tanto tempo. Inoltre da più di un anno mi stanno appassionando i lavori de “Su Randagiu” . Per un periodo avevo perso i contatti con queste produzioni nel senso che davo più importanza all’aspetto musicale, mentre oggi mi soffermo anche sui testi. Oggi dico che questa è la mia terra e la mia musica. Così da questo innamoramento e passione è nata una nuova collaborazione e nuovo percorso. Mi sento in una nuova famiglia dove c’è un’intesa e dove ho riscoperto il mio essere sardo e la mia sardità a 45 anni. Ho ricercato in questi anni tutte le produzioni in sardo e quello che secondo me avevo perso e credo adesso di pareggiare con il mio debito verso le produzioni musicali sarde.

Al dj Carlo Leone Dubois domando: “questa è musica che possiamo ballare”?

Assolutamente si! Ti cito i Sud Sound System. La musica Raggamuffin del Salento molto ballabile. È musica che mette gioia e buonumore. C’è ritmica.

Steve Aoki ha fatto un remix di “Bella ciao” che ballano in tutto il mondo. Dovevamo aspettare Steve Aoki per ballare la nostra musica?

Noi non capiamo quello che abbiamo in casa. Siamo sempre pronti a scimmiottare gli altri, siamo molto esterofili come italiani e spesso non sappiamo valutare bene le nostre peculiarità e ricchezze musicali. Come vedi poi arriva un remix di Raffaella Carrà con un dj non italiano e scoppia il successo. L’italiano dovrebbe capire che, non possedendo materie prime, dovrebbe concentrarsi sulla manifattura e artigianato e sulla sua cultura del gusto artistico, in tutti i suoi campi. Il sardo idem. Io non mi sento italiano, forse come sardo più vicino al corso, sia come mentalità isolana che culturale. Ho un amore verso la mia terra viscerale.

Tu sei stato il primo organizzatore a creare l’Open Air Festival di Hard Core Punk e Rock in Sardegna. Hai portato le più grandi band americane in Sardegna. Sei sempre stato il primo anche a farle esibire all’FBI di Quartu Sant’Elena. Sei sempre il primo.

A proposito di questo Open Air, ricordo ancora, che fu fatto nel 2001, lo feci al Molo Ichnusa

Io lo presentavo sul palco ricordi?

Si. Gestiva il palco Toto Alcades. Mi ricordo questo aneddoto quando ad un certo punto, vi erano circa 1500 persone, di cui alcune tra il pubblico “non messi in buone condizioni”, e Toto Alcades mi chiede se con la Questura e le ambulanze i permessi erano tutti confermati e avvisati. Gli risposi di no. Toto Alcades mi diede del pazzo …

No! Carlo io non lo sapevo questo e presentavo sul palco! Non dirmi questo!

Ai quei tempi eravamo incoscienti. Così vedendo tra la folla qualcuno in stato di alterazione alcolica feci una chiamata ad una ambulanza che venne lì a stazionare per tutto il festival. Ero “pischello, giovane, incosciente” a rischio di chiusura totale, ma poi andò tutto bene e fu un successo unico.

Mi ha fatto rischiare la galera (rido)

Andò tutto bene! (ridiamo)

Al famoso FBI di Quartu Sant’Elena hai portato tante band internazionali, e lì c’è la storia musicale di Cagliari della musica alternativa

All’FBI si è partito da un percorso più punk , abbiamo portato tutti, gli Agnostic Front, gli Shelter, i New Bomb Turks, Murphy’s Law, per poi introdurre un intermezzo più indie come i Callac, Francois Cambusat, Pansonic,Labraford, ecc., per poi avviarci al Karmalounge. Era un ramo di Karmadrome più in relazione alla Club Music. Da quel momento il discoros musicale si era spostato agli Incognito, a Nicola Conte,Rosaria De Souza, ai Soft Cell, Marc Almond, Daddy G dei Massive Attack, insomma un cartellone di artisti che credo Cagliari non vedrà mai più. Ormai credo che tutto quel filone sia passato. Un grande rammarico è stato con Amy Winehouse, con il contratto firmato e data già stabilita e poi lei non venne. Ho ancora flyer con la data fissata.

Dobbiamo scrivere il libro sull’FBI. Cosa ne pensi invece del periodo attuale che hanno una rilevanza come star queste figure dei dj? Sono attualmente le star più pagate rispetto ai musicisti che la musica la suonano con gli strumenti

Purtroppo ci vogliono far passare quel messaggio.

James Senese in un’intervista mi ha risposto che è un periodo, una moda del momento

È un momento, ma tutto questo va a pari passo con l’evoluzione di tutta questa digitalizzazione e cambio dei supporti. Si è passati dall’LP , dal vinile, al cd, all’USB e oggi la musica viene trattata come un fazzoletto che usi, ti soffi il naso e getti via.

Eppure c’è un ritorno in tutto il mondo dei piccoli club dove si ascolta la musica dal vivo sia in acustico che non

È una reazione a tutto questo consumismo estremo. Io sono sempre in contatto con chi organizza concerti e spesso mi riferiscono che non c’è più pubblico. Tra una festa della birra che ti riempie la sala, e un localino con il grande artista , il pubblico è alla festa della birra. Oggi avendo una possibilità di accesso immediato a tutto e ottenendo il tutto senza alcun sacrificio non vi è più interesse e gusto dell’assaporare la conquista o l’ascolto. Questo lo puoi anche rapportare alle relazioni sociali e ala convivenza quotidiana. Oggi si arriva a conoscere virtualmente chiunque soddisfando il proprio io. Non c’è più quel processo del chiedere, andare e presentarsi, stabilire una comunicazione, guardarsi negli occhi, e stabilire un dialogo. Oggi si arriva a quel contatto virtuale, a quella fotografia e si sta già chiedendo un qualcosa. Ma quando mai prima si faceva così? Tutto è così veloce, tutto è diretto, ma non ti lascia niente. Si è sempre vuoti.

Non si lascia storia e né memoria

Si e non lascia storia e memoria. Con questa tecnologia sai già dove non devi andare. Non hai un percorso di vita. La vita, quella seria, è fatta anche di tanti errori. Io nella mia vita ho sempre imparato da chi sbaglia e paga. È quello che ti resta. Quando si dice ai bambini di non toccare un qualcosa che brucia, egli apprende proprio dopo che si è bruciato, in base alla sua esperienza. Non toccherà più il fuoco. E gli rimarrà la cicatrice. Tutte queste nuove generazioni non sono pronte per questo mondo che oggi è molto più selettivo, è molto più crudele di quando siamo nati noi.

Sembra dal discorso che stiamo facendo non ci sia speranza. Un amico artista afferma che la “rassegnazione è un suicidio permanente”.

Certamente

Però ho speranza perché quel ragazzo di 24 anni olandese, ingegnere aerospaziale,Boyan Slat, che ha creato The Ocean Cleanup, e quel depuratore dalle plastiche, per dedicarsi alla pulizia degli oceani in questo pianeta. Questo mi da speranza. C’è ancora speranza?

Certo! Ce ne sono, ma quanti sono? Sono pochissimi. Io spero che alla fine ci sia una nuova ripartenza, ma se non si è toccato il fondo. E siamo proprio vicini al fondo.

Chiacchierando con James Senese mi ha colpito la sua affermazione che noi uomini non sappiamo ancora su questo mondo chi siamo. Non ci domandiamo chi siamo

Si. Il nostro ruolo qui è tutto ed il contrario di tutto. Stiamo attenti a non distruggere, ma distruggiamo. Siamo il male di questa terra. Il conto questo pianeta sicuramente ce lo farà pagare. E probabilmente lo stiamo già pagando. Noi siamo anche abbastanza fortunati. Siamo in isola in mezzo al mare, siamo in posto meraviglioso e per tutto quello che stiamo facendo ognuno di noi oggi può scegliere di comportarsi in un certo modo o in un altro. Purtroppo siamo governati da criminali, da gente senza scrupoli. È questo ciò che non mi lascia speranza. Tutto è controllato. Siamo delle pedine. Anche tutta l’informazione è tutta pilotata. Se ricordi Al Gore e quel canale televisivo, che faceva controinformazione in modo serio e attento, è stato chiuso perché disturbava. L’esempio più semplice è come una radio che trasmette solo determinate musiche. I bambini che cresceranno ti chiederanno sempre e solo quelle musiche che ascoltano dalla nascita. Per fortuna c’è ancora qualche giovane con la mente libera.

C’è un sogno di Carlo Leone Dubois?

Il mio sogno? Magari di vedere quest’isola autonoma. Indipendente. Siamo quattro gatti. Potremmo stare tutti benissimo. Potremmo vivere di turismo e agricoltura e pastorizia. E grazie a Dio c’è ancora tanto da fare. Viviamo in una terra meravigliosa con luoghi unici. Abbiamo eccellenze culinarie, un clima gradevolissimo, ecc., io ci credo, anche se per l’Italia, come isola, siamo troppo importanti, sia per le vacanze estive come delle basi militari. Siamo come una specie di sgabuzzino con delle belle vetrate con un bel panorama davanti.

 

 

Print Friendly, PDF & Email