Poi dicono che certe cose non si debbano o non si possano raccontare. Già molti di voi si staranno sistemando meglio sulla sedia e le prime goccie di sudore comincieranno ad imperlare le fronti di quelli con la coscienza piu sporca.

Quando lavoravo in mare ho conosciuto tanti uomini, di quelli veri. Ho avuto anche la fortuna di conoscere persone famose. La mia mano destra ha stretto la mano destra di Jacques-Yves Cousteau, ho conosciuto il comandante Raimondo Bucher, ho lavorato con Vincenzo Sicbaldi. Da bambino giocavo nel porto di Arbatax e con mio fratello costruivamo improbabili zattere di fortuna servendoci dei tronchi della Cartiera, caduti dalle navi russe, per andare ad esplorare il mare. Volevamo arrivare all’isolotto a remi ma non abbiamo mai avuto il coraggio di provarci.

Ho lavorato come operatore tecnico subacqueo su un grande Supply Vessel (il “Corona”) e il vecchio Nostromo mi insegno’ tanti piccoli trucchi del mestiere: come impiombare un cavo d’acciaio, come usare un cavo al plasma per le demolizioni subacquee, maneggiare correttamente uno scalpello da taglio e usare un blister di dinamite fredda. Ma solo recentemente ho realizzato una cosa che da sempre è stata sotto i miei occhi: la resistenza degli uomini ad accettare le innovazioni.

Ho relizzato questo e non riesco a capirne il vero motivo. Io stesso, pur subendo un grande fascino dalle innovazioni tecnologiche, non ne sono immune. Magari qualcuno di voi vorrà aiutarmi a capire le ragioni di questo comportamento. La scintilla che mi ha acceso la mente è il post di una cara amica che elogia le prestazioni di un vecchio computer subacqueo recentemente riportato ai fasti originali con una banale sostituzione della batteria; e tutti giu a elogiare l’Aladin Pro, che adotta un algoritmo vecchio di almento 30 anni!

I piu competenti di voi vorranno azzardare ipotesi o presentare teorie per giustificare questo comportamento. Tuttavia vorrei raccontarvi un aneddoto di vita reale che sembrerebbe avvalorare la restitenza dei piu anziani nei confronti delle innovazioni tecnologiche.

Il luogo è Santa Maria Navarrese, l’anno era il 2001 e i protagonisti sono……no! I nomi non posso rivelarli! Non vorrei compromettere amicizie che durano da anni, ma sono sicuro che tutti loro si riconosceranno e mi saranno debitori quando avranno finito la lettura di questo racconto. Devo comunque usare degli pseudonimi per strutturare il racconto: Marietto, uno dei piu bravi che io abbia mai conosciuto era il barcaiolo (ma era ancora in formazione), Alexander ed Enrique erano le guide (nomi di fantasia).

Si trattava di gestire un’immersione sul KT12 (lat 40.3599° long 9.7418°) con un gommone stracarico di subacquei paganti, praticamente “denaro in contanti”. Tutti gli anni ad inizio stagione, da buon vecchio dinosauro della subacquea, portavo gli istruttori sui nuovi punti di immersione per mostrare i riferimenti a terra, altrimenti dette “mire”, dei quali servirsi per ritrovare i relitti in mare aperto. Poi avevamo anche il GPS ma era secondario (taack… ecco la novità alla quale bisognava resistere).

7:30 Preparazione barca: controllo attrezzature spare ok, rifornimento ok, dotazioni speciali ok (il gps c’era!), olio motore ok, O2 ok, bandiera e boa segnasub ok, lista d’imbarco verificata, si poteva partire….e partirono!
La navigazione, mi dissero, si svolse senza particolari problemi. 27 miglia nautiche di puro intrattenimento semicabarettistico inficiate giusto da un leggero trefolo di Maestrale solo quando arrivati in prossimità del relitto. GPS acceso per tutta la navigazione (la bussola? naaaahh… troppo antiquata, roba da vecchi!) e arrivati molto vicini al relitto…Blink! batterie a secco! Non c’è problema! Marietto, che quel giorno faceva il barcaiolo aveva portato quelle di riserva. Recuperarono la scatola ermetica che conteneva i documenti della barca, il telefono cellulare, le batterie di riserva ed effettuarono una rapida sostituzione. Ma…. il gps NON SI ACCESE! Qualcuno aveva lasciato le batterie già usate in barca! (mai e poi mai si scopri’ chi fu lo scellerato a scambiare le pile).

-“Bisogna trovare subito una soluzione, Lisabetta e Walter ci scotennano se non facciamo l’immersione” (mi sembra ancora di sentirli!)

-“Ho un’idea: scendiamo a terra a comprare delle pile!” (questo è stato veramente meglio che io non lo abbia mai sentito!)
-“Si dai, facciamolo!”

Ma al bar della spiaggia di Osalla non vendevano pile e nessuno di loro si ricordava le mire a terra! Il mare nel frattempo si era ingrossato. Una barca di un diving locale, di quelli che non avevano mai fatto altro nella loro vita, con precisione giunse sul relitto e vantando “diritti di prime nozze” non permise al nostro gommone di avvicinarsi. Del resto loro non avevano dimenticato le pile del GPS e quindi avevano tutti i diritti di rifiutarsi di collaborare con una barca di colleghi in difficoltà!! Peccato per loro che quando, pochi giorni dopo, ci chiamarono per chiederci dei manuali per dei corsi Lisabetta non fosse di buon umore! Ancora oggi un brivido mi corre per la schiena quando ripenso a quello che disse alla spocchiosa proprietaria del diving! E queste possono anche essere soddisfazioni!
Ma alla fine le domanda diventano due:
-Il progresso e le nuove tecnologie ci mettono in grado di fare a meno delle tecniche empiriche?
-Lisabetta avrebbe dovuto vendere i manuali al diving di Cala Gonone?

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