A dirlo non sono solo io che scrivo sempre critico e dubbioso verso certi comportamenti associativi quando appaiono contraddistinti da una certa disinvoltura. 
A dirlo è anche “Il Sole 24 Ore”, quotidiano della Confindustria, in un articolo pubblicato il 29 giugno, capitatomi sotto gli occhi in questi giorni. I signori sì che se ne intendono di business, e dunque qualche credito a quell’affermazione immagino sia il caso di darlo.

In effetti il tono dell’articolista pare ambivalente; da una parte sembra esserci genuino apprezzamento per la scoperta e l’adesione ai valori imprenditoriali da parte appunto delle associazioni (che a mio modo di vedere a ben altri valori dovrebbero ispirarsi), dall’altra c’è la preoccupazione per la “concorrenza sleale” apportata da strutture che si avvalgono di lavoro volontario, senza coperture assicurative ecc.,in diversi settori sociali.

Interessanti le dichiarazioni di Roberto Furlani del WWF: “Muoviamo circa 11mila persone, più della metà sono ragazzi nei campi-avventura, con un giro d’affari lordo di 2,5 milioni di euro. Dal ’99 siamo una Onlus e quindi abbiamo esternalizzato l’attività…”.

Ora il fatto che un’associazione non lucrativa di volontariato parli di “giro d’affari” mi pare poco congruente, e indicativo del fatto che così operando si rischia di togliere l’attenzione dei dirigenti da quelle che dovrebbero essere le vere finalità associative. Ma è anche interessante la notazione sull’esternalizzazione delle attività.

La normativa sul volontariato e sulle Onlus prevede per le associazioni numerose agevolazioni, a patto che svolgano appunto attività di volontariato per finalità sociali e non attività commerciale. Il finanziamento dovrebbe provenire principalmente dalle quote sociali e dalle offerte.

L’attività commerciale però consente di incassare molto denaro, del quale è probabile molti pensino che sarebbe indubbiamente un peccato fare a meno; come fare senza violare la legge?

Siamo in Italia e dunque la creatività italiana trova facilmente una
soluzione: per esempio basta creare un terzo soggetto giuridico, una società controllata dall’associazione, e conferire ad essa lo svolgimento dell’attività commerciale. Fatta la legge, trovato l’inganno, come si usa dire.

Questo tipo di soluzione può consentire per i dirigenti delle associazioni anche degli interessanti effetti collaterali: un ingente flusso di denaro in entrata e in uscita non transita più nel bilancio dell’associazione, ma in quello della società controllata, e in questo modo sfugge al controllo dei soci, che sono appunto soci dell’associazione, non della società controllata, a meno di diverse previsioni statutarie. Un aspetto sicuramente da non sottovalutare ai fini dell’instaurazione di opportuni controlli.

In Italia le associazioni animaliste sono di dimensioni assai ridotte
rispetto ai giganti dell’ambientalismo, e quindi è possibile pensare che queste preoccupazioni siano superflue; in effetti per quanto a me noto mi risulterebbe che solo un’associazione animalista abbia costituito un terzo soggetto giuridico per la raccolta fondi attraverso attività commerciale, e cioè la Lav, che nel febbraio 2003 ha costituito il cosiddetto “Comitato Lav”, di cui l’associazione è appunto fondatrice. 

In generale comunque penso che sia buona cosa portare le tematiche etiche all’interno delle attività affaristiche, assai meno portare le tematiche affaristiche all’interno delle attività etiche.


Paolo Falqui per Medasa.it

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