infermiera


 

La faccia oscura della Luna: Irma


 

Aveva fatto la caposala per
quarant’anni.
Mai un’assenza, il simbolo vivente dell’efficienza e della
professionalità.
Era indispensabile, necessaria al reparto, affidabile e
insostituibile.
Certo, insostituibile, fino a quando la segretaria le ricordo’
che aveva maturato la pensione.
Dal 13 giugno, per la festa di Sant’Antonio.
Tra due mesi.
Si fece una grande risata e disse che avrebbe presentato domanda
di proroga per restare al lavoro ancora tre anni. Senza di lei il reparto
avrebbe chiuso in quarantotto ore, lo sapevano tutti.
Quando le dissero che
non ci sarebbe stata la proroga, piombo’ in direzione sanitaria.
Non fu
ricevuta.
E comincio’ a morire.

Irma vestiva la divisa bianca da quando
aveva diciotto anni.
Una divisa sempre in ordine, candida, che indossava con
eleganza e autorevolezza.
A casa, nell’armadio, c’erano solo divise e lei era
felice quanto aprendo le ante era inondata dal faccio di luce bianca che
proveniva da quel tessuto immacolato e la faceva sentire viva.
Nulla era più
bello di quel colore.
Le stanze erano rigorosamente candide, gli infissi
bianchi…ambienti che rimandavano ai ghiacciai, al silenzio delle distese
sconfinate piene di neve.
E col tempo aveva smesso di indossare abiti di
colore diverso. L’unico tailleur che le restava era bianco come la neve e lo
indossava solo per andare a trovare la madre demente in una Rsa, una volta al
mese. E quando era morta, l’abito era rimasto appeso ad una gruccia, in disparte
nell’armadio stipato di divise bianche.
Poi era ingiallito e un giorno, quasi
con noncuranza, lo aveva buttato via.
Lei viveva in ospedale, con la sua
divisa addosso.
Stava bene così, e sarebbe stata così per sempre.
Non aveva
affetti fuori dal suo lavoro, non ne aveva mai avuto e non ne aveva mai avuto
bisogno. Nei primi anni aveva avuto un ragazzo, che l’aveva lasciata senza una
spiegazione. E lei non gli aveva chiesto nulla. Era felice di non avere più quel
legame, era libera.
E da quel momento fu come se avesse spento una fiammella
che bruciava senza calore.
Andava in ferie…non poteva farne a meno…e
raccontava in reparto di viaggi divertenti e interessanti nei quattro angoli del
mondo, che in realtà aveva visitato solo sulle guide…stesa per giorni interi
sul suo bianchissimo letto solitario, a casa sua. Le piaceva costruire itinerari
favolosi da raccontare. Una stanza era tappezzata di libri di viaggi e su una
parete era appesa una carta geografica con delle bandierine colorate…unica
eccezione al suo colore amato…che segnavano i paesi che aveva visitato…non
c’era mai stata, ma li aveva studiati e su di essi sapeva tutto. Si divertiva a
raccontare il suo viaggio sull’Orient Express…da Parigi a Istanbul a
Vladivostok…il Volga e il Danubio, e poi la Mongolia e la Cina…
Se qualcuna
le chiedeva di qualche avventura amorosa vissuta in quei luoghi lontani, Irma
rideva compiaciuta e si chiudeva platealmente in un riserbo pieno di sottintesi.

Viveva l’unica realtà del reparto. Tutto l’altro era fantasia…un sorta di
film da vedere seduta su una poltrona, dove lei era unica protagonista e regista
sullo sfondo di un mondo perfetto.

La mattina del 13 giugno si sveglio’
all’ora di sempre. Un caffè, come al solito, un succo d’arancia. Poi indosso’
la divisa e uscì.
In reparto la guardarono con curiosità. Era stata sempre un
po’ strana, ma vedersela li’, quando tutti sapevano che era in pensione, suonava
quasi inquietante. Bevve il caffè con le infermiere, poi chiese seccamente di
vedere i turni di servizio del mese, la richiesta farmaci…
Luciana, che era
subentrata al suo posto, la guardo’ con meraviglia ma noto’ negli occhi di Irma
una luce strana, che la mise in allarme…le sorrise a disagio…ma su, stai
scherzando…ma Irma ripete’ la richiesta con più forza e di fronte al diniego
di Luciana prese a ripetere con tono lamentoso, quasi petulante, che doveva
vedere i turni…doveva vederli assolutamente, perché altrimenti il reparto
sarebbe andato in confusione e il direttore l’avrebbe sgridata e magari
censurata…non era mai successo, in quarant’anni, che lei non avesse deciso i
turni…era lei che sapeva come farli senza creare problemi ai singoli
infermieri, venendo incontro alle diverse esigenze…
Irma si alzo’ di scatto e
le strappo’ il foglio dei turni dalle mani…ecco, ecco, vedi, hai messo Teresa
nel turno notturno…ma come hai fatto…non sai che e’ in maternità…e Luigi,
ma come, non ricordi che ha rotto un femore in un incidente ed e’ in
malattia…
Luciana era cerea, sconvolta…Teresa aveva avuto il figlio sedici
anni prima e Luigi mancava dal reparto da vent’anni, perché non era mai guarito
dalla frattura, zoppicava ed era finito al centralino…
Ci volle l’intervento
del direttore per farla stare calma e per convincerla a tornare a casa.

Irma
cerco’ di tornare in reparto più volte nei giorni seguenti. E siccome le
sbarravano il passo, con pietosa fermezza, riusciva ad entrare nelle ore di
visita, con i parenti dei malati. Allora si aggirava tra i letti nella sua
divisa candida, dava ordini agli infermieri, contestava l’igiene e
l’ordine…finché un medico non la chiamava e l’accompagnava all’uscita
convincendola che il suo turno era finito e che doveva tornare a casa a
riposare.
Poi, non la videro più.

Il sole alto sul mare di fronte
all’ospedale inondava di una luce abbagliante la sala medici.
C’era l’allegro
trambusto della mezza mattina, che seguiva alla fine della vista dei malati, e
il profumo del caffè appena fatto e le chiacchiere rilassate di fronte al
giornale aperto sul tavolo tra le cartelle cliniche. Lo specializzando
commentava a voce alta le ultime notizie dal Medio Oriente…ancora autobomba,
stragi…e guardate qui, si, questa foto, e’ terribile, povere suore, ne hanno
preso sei in Nigeria e le hanno uccise…c’era anche una volontaria anziana, una
certa Lanza…ma chi glielo ha fatto fare, poteva godersi la
pensione…stiamocene a casa nostra, che si impicchino questi fanatici…
Il
dottor Lai, il medico più anziano, diede uno sguardo distratto al giornale, poi
lo strappo’ letteralmente dalle mani del collega…no, ma questa e’ Irma, Irma
Lanza, la caposala che lavorava da noi quindici anni fa…ecco dove era
andata…con la sua divisa fino alla fine.
Poi si mise a girare il caffè,
lentamente, perso nei suoi pensieri…ma dottore, così si fredda…non lo
sentiva, perso negli anni in cui prendeva il caffè nel gabbiotto delle
infermiere, con quella caposala incredibilmente elegante che non dava
confidenza…e che era scomparsa prima che lui potesse dirle che senza di lei il
reparto non era più lo stesso…

 

Tonino Serra

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