L’adolescenza dentro la squadra di calcio

Le primavere calcistiche, fatte di speranze e personalità da costruire per ragazzi da tutto il mondo


 di Andrea Valente

È fatto di santi, il nostro bel paese, di poeti, navigatori e – già che ci siamo – di allenatori della nazionale o di una qualsiasi formazione di pedatori in mutande, a gruppi di undici. Alzi la mano chi non si è mai trovato a criticare una sostituzione o una tattica un po’ troppo difensivista, chi non acquisterebbe una mezz’ala in comproprietà al calciomercato e chi non sarebbe pronto per trascorrere l’estate in Francia, fra qualche mese, sulla panchina del Parco dei Principi.

l43-cesare-prandelli-120703173127_mediumPerò la santità pare in disuso da qualche decennio, dalle nostre parti, dove pure i papi ormai arrivano dalla Polonia come Boniek, dalla Germania come Rummenigge e dall’Argentina come Tevez e Higuain. Quanto alla poesia, il Dante d’oggidì è brasiliano e gioca in difesa nel Bayern di Monaco. Lasciando allora i navigatori sulle loro rotte, ci restano sessanta milioni di allenatori e ce li facciamo bastare.
Ma con la nazionale son capaci tutti: metti Buffon in porta e altri dieci davanti e rischi pure di vincere: se ce l’han fatta il Trap e Prandelli, a fare il cittì…


 

Alzi la mano chi, invece, sarebbe in grado di tenere a bada una squadra di baldanzosi diciassettenni, in mutande pure loro, pescarli chissà dove in Italia e nel mondo, far capire che il quattro tre tre non è un prefisso telefonico, e magari ritrovarsi in primavera a festeggiare da campioni.
Ecco, mi guardo intorno e l’unica mano alzata è quella di un tipo, che a cercarlo tra le figurine Panini non c’è e se ci fosse sarebbe più raro di Pizzaballa. È Alberto Bollini, che di professione fa davvero l’allenatore. Vale la pena farci quattro chiacchiere.
È stato campione d’Italia, Alberto, che con i suoi ragazzi ha trionfato nel 2012/13 nel campionato primavera, che è un gran bel nome da dare a una categoria.
Alcuni dei suoi ragazzoni quest’anno avranno una piccola possibilità in prima squadra e questa – si capisce – è una soddisfazione anche per lui. Ne troverà di altri al centro sportivo di Formello, da schierare in difesa o in attacco, all’ala o in mediana, per il gioco di squadra, che è sempre una bella cosa, ma a quell’età di più. Infatti ci tiene, lui, a sottolineare che non sono adulti in miniatura, quei calciatori, ma ragazzi come gli altri, con in più un talento in saccoccia da far crescere insieme con il resto delle cose.giovani

Posa il pallone e ti parla di cultura sportiva,
così scopri che quella squadra di ragazzi è un piccolo mondo multicolore: c’è chi viene dal Sudamerica, chi da qualche angolo d’Europa, chi dall’Africa e persino alcuni da qualche borgata di Roma, come fu con Bruno Giordano o Alessandro Nesta, che sono stati ragazzini anche loro, qualche primavera fa… Non tutti conoscono l’italiano, ma presto lo impareranno e ti vien da pensare che parlare con i piedi, a volte, non è poi così male, perché è una lingua uguale per tutti, come la musica. Infatti ci sono pure piedi che cantano e recitano poesie, con il pallone sull’erba.

Ma non basta saper giocare a pallone, per giocare a pallone.
Questi ragazzi hanno, nel loro borsone per gli allenamenti, quello che i loro coetanei tengono negli zaini: una personalità da costruire, l’interrogazione in matematica o in storia e non basta la storia del tre cinque due per assicurarsi un bel voto. Hanno timidezze e sfacciataggini, sogni e speranze; hanno una fidanzata e se non ce l’hanno magari la desiderano, hanno una famiglia, spesso in una città lontana. Trascorse le due ore di allenamento, infilata una maglietta e i blue jeans, non te ne accorgi che sono dei potenziali campioni.

Anzi no. Alberto subito mette in chiaro le cose e campione – afferma – fa rima con illusione.
I ragazzi spesso se ne accorgono in fretta; lo capissero pure i loro genitori, forse le cose sarebbero più semplici, che anche in squadra uno su mille ce la fa e magari farà strillare, entusiasta, il cronista di turno. Gli altri saranno protagonisti nelle serie minori o nemmeno lì, con il pallone, e il compito dell’allenatore e dei suoi collaboratori diventa decisamente più educativo e formativo che tecnico o tattico.


 

lk_130821_primaveralazio2Non ha fatto il calciatore da giovane, Alberto Bollini, che all’età dei suoi ragazzi studiava all’Isef e già allenava dei bimbetti, poi dei ragazzini, quindi i grandicelli e via così, in una gavetta tanto lunga, che vien fatica a farsela raccontare. Ma la soddisfazione è dentro ogni sua parola. È pure orgoglioso delle gare che ha perso, come la finale del campionato 2007 – sempre primavera – contro i ragazzi dell’Inter, quand’era sulla panchina della Sampdoria. Vinsero loro, all’ultimo minuto, con un rigore – guarda un po’ – di Balotelli, che era già Balotelli anche nelle giovanili. E a te, che ascolti, vien da sorridere.

Sorridi un po’ meno quando capisci che il mondo dei ragazzi non è diverso se hai un pallone tra i piedi. Le infrastrutture per loro sono spesso poche e antiquate, un po’ come le scuole di quasi ogni città; la moderna filosofia del tutto e subito va a togliere spazio alla necessità del tempo che, soprattutto a quell’età, se corri troppo in fretta finisce per farti inciampare. Però un po’ sorridi comunque, perché il campionato lo hai vinto con la tua primavera e finalmente la gavetta, la fatica e la tenacia vengono premiate insieme ai goleador.

 

http://www.linkiesta.it/primavera-lazio

 

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