Le chiese campestri di Ussassai


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Anticamente ve ne erano ben tre. La prima, dedicata a Santu Serbiestianu, San Sebastiano, sorgeva nella piana di Joni ed era aperta il 20 agosto per la festa che organizzavano i pastori, dei quali era il patrono. Oggi non se ne vedono più neppure le tracce.
La seconda, devota a San Gerolamo, si trovava a circa 16 chilometri dall’abitato in località oggi conosciuta come Santu Gironi Ecciu, a breve distanza dal rio Abba Frida. Vi era celebrata la festa nei giorni 28, 29 e 30 settembre,  con partecipazione di gran numero di fedeli, che vi giungevano anche dai paesi vicini (in particolare da Villanovatùlo), nonostante fosse lontana e isolata. Purtroppo a seguito di uno smottamento del terreno la chiesa crollò nell’ottocento, e anche di questa si è persa ogni traccia.
Per fortuna furono salvati un aspersorio in argento, l’acquasantiera e il simulacro del Santo, che fu portato nella chiesa di Santu Sarbadòri, del Santo Salvatore, l’unica tuttora esistente, eretta a 784 metri di quota, alle pendici nord-orientali del Tacchixeddu, in località Trobigitéi e in posizione panoramica. Forse per la sistemazione in loco dei due antichi pezzi (statua e aspersorio), la chiesa è spesso chiamata con il nome di San Girolamo, Santo assai venerato in paese, tanto che gli sono dedicati un fiume, una stazione ferroviaria e un ponte, quello di Irtziòni. Molti la chiamano erroneamente di San Salvatore, il che, almeno in Sardegna, farebbe pensare che sia intitolata a San Salvatore da Horta. mentre è dedicata al Santissimo Salvatore, cioè a Gesù Cristo, il Redentore del mondo.
Secondo la tradizione sarebbe stata la sede vescovile della mitica diocesi di Miriensis Ecclesia, nominata dal Fara, fondata da uno dei 120 vescovi mandati in esilio in Sardegna nel V secolo dal re del Vandali Trasamondo, perché non accettavano le teorie di Ario.

 

chiesa 1Non si conoscono, almeno sino ad oggi, documenti che indichino la data della sua costruzione. Secondo lo Strafforello risalirebbe, presumibilmente, al XII secolo, e sarebbe costruita in stile romanico-bizantino (?), ma non spiega su quali basi ed elementi possa essere attribuita a tale periodo. Molto più giustificata l’ipotesi azzardata prospettata una trentina di anni fa dal parroco Pietro Pani “Nulla esclude che possa essere ben più antica.” – diceva, e secondo il suo ragionamento, se la chiesetta di Santa Maria Navarrese, attribuita al 1050, è di stile più moderno, la nostra dovrebbe precederla almeno di qualche decennio, quindi potrebbe essere anteriore al 1000! Per Renata Serra la chiesa è tardo medioevale; potrebbe essere datata alla fine del XVI secolo, primi del XVII, perché presenta particolari architettonici tipici del periodo spagnolo, catalano aragonese.
Fu edificata utilizzando scisto e travertino locali. La sua costruzione avvenne almeno in due tempi diversi. La struttura originaria, aveva l’ingresso esposto a est, ossia dietro l’attuale altare; probabilmente era a navata unica, di pianta rettangolare (m. 13 x m. 7), con tetto a doppio spiovente. In un secondo intervento l’ingresso originario venne murato e fu aperto l’attuale all’estremo opposto, cioè ad ovest, davanti al quale fu costruito il piccolo portico anteriore di forma quadrata, utile riparo dal sole, dalla pioggia e dalla neve. Nello stesso periodo furono aggiunte le due navate laterali, con due serie di quattro pilastri che reggevano altrettante arcate; la sinistra più stretta e la destra più larga per permettere l’inserimento di un sedile in pietra che corre per tutta la parete.
Come quasi tutti gli edifici sacri, soprattutto i campestri, nel corso dei secoli ebbe più volte necessità di restauri. Nel 1913, quando era parroco Sisinnio Murgia, il pavimento, in terra battuta, fu rifatto e sostituito con lastroni in scisto; furono restaurate in parte, anche le strutture murarie esterne, per le quali si utilizzò mattoni, frammenti di tegole ed inzeppature di calcare.

scultura chiesa s.sarbadoriDi notevole interesse erano le pitture a carattere simbolico-liturgico, presenti nella parte inferiore della parete sinistra. Erano ancora chiaramente visibili dei rami, che ricordano la parabola della vite e dei tralci, un pesce, le cui lettere in lingua greca sono le iniziali di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Non è mai stato trovato alcun nome, né alcuna data riguardanti l’autore ed il tempo in cui sono state eseguite.
Nel 1984, la chiesa ha subito l’ultimo restauro. I lavori hanno interessato principalmente la deumidificazione della parete sinistra, il consolidamento interno ed esterno, nonché il rifacimento del tetto. Si può dire che tale restauro è stato un vero scempio. Nel corso dei lavori le pareti sono state scrostate (e con esse anche le pitture murarie!), intonacate e dipinte d’un bel giallo paglierino, con l’evidenziazione e la maltatura a linea di bordo in rilievo delle arcate e dei pilastri; per eliminare l’umidità il muro a Nord è stato impermeabilizzato con un vespaio e con l’apertura di una seconda finestrella sul lato sinistro, in prossimità dell’altare, ottenuta sventrando il la struttura muraria originale. Le capriate e il legname in castagno sono state sostituite quasi interamente, perché ritenute marce e pericolanti. In tal modo sono andate perdute alcune travi che presentavano delle decorazioni floreali di un certo valore artistico: erano dipinti dei gigli, delimitati da strisce policrome, gialle, rosse bianche, blu cobalto, che s’alternavano con teste di gallo. I colori utilizzati, a tinte molto forti, ricordavano certe decorazioni di piatti e ceramiche toscane. Unitamente alle travi è andata persa una tavola lignea recante un’iscrizione, deteriorata dall’acqua e dal tempo, nella quale era ancora possibile leggere alcuni frammenti di parole: …iddo, …santu, …eni, …osu, scritte probabilmente in latino o sardo antico. L’unico reperto recuperato da quel discutibile “restauro”, è una tegola nella quale è incisa una data “1602”.

chiesa 2Oggi la chiesa, nel suo insieme, si presenta assai suggestiva e unica, con il suo piccolo loggiato, sorretto da solidi pilastri, aperto sui tre lati da archi da altrettanti archi, la copertura in tegole a doppio spiovente e gocciolatoi. All’interno, come già accennato, Il pavimento è costituito da lastroni di scisto, da cui si elevano le sei colonne che dividono le tre navate, quattro a sezione tonda, grossolane e rastremate verso il basso, e due a sezione quadrata, non fatte a regola d’arte. Gli archi che partono da dette pilastri sorreggono il tetto ligneo a capriate, con copertura in tegole sarde, è sostenuto da travi in legno, rinforzate alla base da assi orizzontali, che alle estremità poggiano sopra brevi tronchi di sostegno che, fino a qualche decennio fa,  presentavano alle estremità delle testa di animali scolpite (cani, cervi?). Di queste sculture lignee oggi ne rimane solo una, miracolosamente risparmiata da ignoti ladri che nel sessantotto profanarono il tempio sacro distruggendo l’altarino originale, ch’era costituito da un grosso lastrone di scisto sorretto da un piastrino, alla ricerca de su scusòrgiu ‘e  Santu Sarbadòri, il tesoro del Salvatore, ed asportando le sculture zoomorfe tagliandole con un segaccio.

L’altare è stato ricostruito dopo l’atto vandalico del sessantotto e consta in un rozzo e massiccio blocco in cemento; dietro questo stanno due piccoli piedistalli in muratura sopra i quali vengono poggiate le statue dei due santi.int.ch.s.sarbadori

Lungo la navata di sinistra è presente una panca in pietra, ricoperta di lastre di scisto; la luce entra dalla finestrella, che si apre sulla parete di destra, dalla nuova finestra aperta nell’ultimo “restauro”, e dall’ingresso secondario, se lasciato aperto. Sulla parete di fondo, al lato destro dell’altare, sta una caratteristica acquasantiera e un’antica croce in ferro.

Su due lati la chiesa è circondata da sedici posàdas o cumbessìas, caratteristici monolocali a schiera (con caminetto aggiunto di recente) per alloggiare i fedeli in occasione delle festività. Questi non appartengono alla chiesa ma sono privati. In origine appartenevano ai diversi clan familiari, is arèus, che col passare del tempo si sono moltiplicati, per cui, oggi, ogni singola posàda appartiene a diversi proprietari.

 

Paolo Concu per Medasa.it

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