Avevo quindici anni quando conobbi Alberto Rodriguez. Tempi più politicizzati imperniati su ideologie ferree rispetto ad oggi e tempi dove si sognava la fantasia al potere. Mi recavo spesso all’Unione Sarda per conversare con Alberto Rodriguez su tanti argomenti, dalla politica alla musica e al Cile di Pinochet. Mi regalava libri che avidamente leggevo. Ci si informava sui libri all’epoca ed il confronto con coloro che ti potevano trasmettere cultura e nuovi punti di vista era predisposto all’ascolto dell’altro. Erano tempi che preannunciavano gli anni di piombo e ricordo che Alberto un giorno mi domandò da un suo rientro da Umbria Jazz: “Cosa ne pensi degli espropri proletari”? Alberto non guardava l’età. Cercava di comprendere tutti i punti di vista e le percezioni delle diverse componenti sociali, studentesche, dei lavoratori e degli intellettuali di quell’Italia in un fervido movimento storico tempestoso. Conversare con Massimo Palmas sulla figura di questo suo amico, grande giornalista e intellettuale dell’isola, che lo ricorda per i vent’anni dalla sua scomparsa con questa edizione di Jazz in Sardegna 2019, significa ripercorre la nostra storia e la strada per la quale questa terra si incammina. È il cammino dei sognatori che nella musica e nel jazz seguono l’orientamento delle stelle e la voglia di comunicare con l’altro ed il mondo.

 

Sono trascorsi 20 anni dalla scomparsa di Alberto Rodriguez. Questo festival è dedicato a lui.

Alberto è una figura di riferimento di questo festival. L’attività di “Jazz in Sardegna” è nata nel 1980 con il concerto degli “Art Ensemble of Chicago”. All’epoca con Alberto ci conoscevamo, ma ancora non c’era un rapporto di quotidianità. Un giorno mi recai da lui perché era il caporedattore della terza pagina, la pagina della cultura, del quotidiano “l’Unione Sarda”. Era conosciuto come un giornalista brillante, affermato e apprezzato da tutti ancor che giovanissimo. Dedicò all’evento degli “Art Ensemble of Chicago” un articolo stupendo e che portò a riempire di pubblico il Teatro Massimo di Cagliari, che all’epoca aveva una capacità di 2700 posti a sedere, perché stiamo parlando di un altro periodo storico. Precedentemente ospitava la Lirica ed era un ex monte granatico trasformato in Teatro all’inizio del secolo. Ai quei tempi il rapporto tra i giornali ed i lettori era molto stretto. Non c’erano tutti quei mezzi di comunicazione che ritroviamo oggi. Perciò non essendoci alternative all’informazione con un articolo scritto con tale rilievo ed evidenza e, soprattutto, con un titolo immaginifico, perché lo aveva denominato Gli eroi e la storia del jazz nella bottega dello stregone”, dato che Alberto era un grande creatore di immagini. Il risultato fu eccezionale. 3000 persone al concerto e questo consentì all’evento di avere un equilibrio economico perché 3000 spettatori paganti creano un certo introito. Così l’esperienza ha potuta continuare grazie al successo di quella prima operazione. Il concerto fu stupendo. Fu un momento per Cagliari importante perché si passava dalle “cantine” al Teatro. Prima di quell’evento, per esempio, gli eventi erano ubicati in una “Associazione come Spazio A” che organizzava piccoli spettacoli con la musica jazz che già era arrivata a Cagliari, in diverse forme e situazioni, però sempre in modo contenuto. Nel 1980 c’è stata così una svolta a livello di massa e di pubblico per il numero di persone. È iniziato il viaggio nel jazz che è proseguito in seguito con Chick Corea sempre al Teatro Massimo, con San Ra e Don Cherry. Insomma è stata una galoppata che ci ha portato al Festival Jazz del 1983, quello che in qualche modo in questo periodo stiamo celebrando. Abbiamo riportato per questo ventennale una fotografa che è Nina Contini Melis, moglie del jazzista Marcello Melis. Nina per trent’anni ha condiviso tutta questa esperienza posto che Alberto Rodriguez e Marcello Melis suonavano assieme nella stessa band dagli anni dell’Università. Erano una sessione ritmica formidabile perché si mettevano a disposizione anche dei musicisti di passaggio a Cagliari. Sto parlando della fine degli anni cinquanta.

Dal fumetto narrativo della Fanzine Jazz 2019 che avete stampato per questo Festival si evidenzia il tuo conversare con Alberto Rodriguez nel suo ufficio dell’Unione Sarda della tua proposta di fare incontrare la musica di Ornette Coleman con le Launeddas. Perché questa Sardegna ha accettato il jazz e lo ha accolto?

Per noi è sempre stata una linea di tendenza. Non è un caso che Marcello Melis sia stato il capostipite di questo percorso. Lui produsse due dischi, del quale uno è titolato “Perdas de Fogu” e l’altro con un titolo che menziona la Barbagia. Ci sono delle fotografie di Nina Melis che testimoniano la creazione e la copertina di questi lavori discografici. Marcello Melis è stato lo sperimentatore dell’incontro tra il jazz e la musica della tradizione sarda. Questa prima sperimentazione ha tracciato una strada oggi percorsa da molti. A volte sono stati percorsi con tante “maialate” come denominava Alberto Rodriguez, ed in effetti Ornette Coleman con il Coro a Tenore non ci stava a che fare nulla.

L’incontro di due linguaggi che cercano di comunicare, nonostante il risultato, è sempre un qualcosa di positivo

È stato un tentativo fallito e non a caso è stata citata quell’esperienza perché, pur essendo Ornette Coleman un genio, quell’incrocio con le Launeddas ha prodotto delle cacofonie improponibili. Tra l’altro quell’errore è stato ripetuto anche da altri festivals. Dopo quel fallimento e tentativo è stato riproposto da Basilio Sulis a Sant’Anna Arresi con un risultato peggiore.

Possiamo affermare che c’è una ricerca dialogica democratica dove gli opposti cercano di comunicare.

Non c’è dubbio, però come linea di tendenza, poi si sono prodotte, in seguito, tantissime produzioni bellissime.

Si concordo. Per esempio i lavori meravigliosi di Gavino Murgia e tanti altri.

Sì. Sia sul versante della musica sarda e sia sul versante del jazz abbiamo avuto due situazioni che si incrociano e non per niente opere come “Far Away Wave” del 1988 dove siamo stati presenti al bicentenario australiano a rappresentare anche lo Stato Italiano, con un’opera prodotto di questo tipo di incontro musicale. C’erano Elena Ledda, Mauro Palmas, il Coro di Bitti, Lester Bowie, una grande produzione che aveva fatto delle importanti creazioni. Poi più tardi si aggiunse anche Paolo Fresu che ha integrato con le sue musiche. Nel fumetto ho voluto citare la “maialata” perché Alberto Rodriguez aveva questa caratteristica: era molto rigoroso dal punto di vista della critica musicale. Era un intellettuale alquanto preparato e un ricercatore profondo. Alberto non faceva “sconti” per nessuno. Era un giornalista esplicito. In relazione a quell’evento disse: “è una maialata, ma al pubblico piacerà”. Era inflessibile nel giudizio e questo gli conferiva il prestigio che ha mantenuto per tanto tempo come critico di jazz.

Un’ultima domanda. “Jazz in Sardegna” ha portato Cagliari e la Sardegna nel mondo. È un Festival che ha una sua autorevolezza. Oltre ciò c’è un sogno di Massimo Palmas? È bello sognare e condividere i sogni.

Tutto quello che è stato fatto fino adesso deriva da sogni e utopie e la forza di Alberto era questa. In quel fumetto è anche descritto. Cioè non c’erano soldi. Non c’era mai una lira. Non c’erano i mezzi e gli strumenti per fare il festival però si lanciava il cuore oltre l’ostacolo e la convinzione che con l’intelligenza si potesse varcare il mare. Quindi il mondo verrà in Sardegna e la Sardegna al centro del Mediterraneo. Così al centro del mondo sono diventate le suggestioni utopiche consegnate a Alberto, che però poi sono state la nostra cifra perche si è fatto qualche passettino più lungo della gamba e questo ci ha anche procurato qualche disavventura negativa, ma anche tantissime cose belle nuove fatte in Sardegna che derivano da questa volontà e questa utopia. Questo è l’insegnamento maggiore che ha lasciato Alberto perché Alberto non era un manager . Non si occupava di cose pratiche: lui lanciava messaggi e suggestioni e poi faceva il suo nel supportare ciò. Era un uomo di grandissime capacità di public relations. Quando lanciava un’idea chiamava chiunque per supportarla anche a livello economico perché persona di grandissima autorevolezza soprattutto in un momento in cui la Sardegna aveva bisogno di figure nuove e non di quelle stantie. Un riferimento dell’innovazione anche fisica. Esercitava questo ruolo con grandissimo fascino e grandissima competenza, perché chi volesse immaginare Alberto Rodriguez superficiale, che poteva parlare di qualunque disciplina senza conoscerla, sbaglia. Lui quando parlava di un argomento lo conosceva. Trovava sempre il tempo ed il modo di consultare e di proferire con competenza con gli scienziati della materia. Il suo studio all’Unione Sarda era pieno zeppo di libri e di appunti. C’era una biblioteca che era letta.

Il tuo sogno qual è oggi nel 2019?

Il mio sogno è semplicemente di fare in modo che quarant’ anni di storia di questo festival non vadano persi. Bisognerebbe consegnare il testimone perché si incomincia ad essere un poco stanchi nonostante mi diverta. Ogni volta ridivento ragazzo. Però c’è bisogno adesso di giovani con nuove competenze e c’è bisogno soprattutto di nuovi sognatori ancora più ambiziosi rispetto a noi e che abbiano anche degli strumenti che noi non abbiamo avuto, dato che oggi c’è la possibilità di utilizzare queste tecnologie a livello di comunicazione e di creatività ben distinti da quelli del passato. Se riuscissi a realizzare questo risultato potrei andare in pensione serenamente con la canna da pesca in qualche punto della Sardegna.

Massimo Palmas che spera in nuovi sognatori?

Sì nuovi sognatori!

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