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Suggestioni: Sant’Efisio

Era il 1656 e da quattro anni la peste nera
infuriava sul mondo.
Cagliari aveva perso diecimila anime e ogni giorno le
carrette della Confraternita della buona morte arrivavano cariche di cadaveri
alla chiesa di san Sepolcro e li depositavano nella fossa comune, una bocca
famelica aperta in una cappella laterale. Uomini e donne, vecchi e bambini,
ricchi e poveri; e da ogni casa nobile di Castello come da quelle plebee di
Stampace, di La Pola e di Villanova si levavano alti i lamenti di chi piangeva i
suoi morti.
E con i pianti le preghiere, perché solo i santi potevano
intercedere presso Dio, perché la strage venisse fermata.
Efisio ascolto’l’invocazione del popolo sofferente, dal cielo stese il suo mantello sulla città
e ne caccio’ la peste. E da allora, per 359 anni, dal 1657, Cagliari e il
Campidano si danno appuntamento per ringraziare il Santo…Efisio, il guerriero
cristiano martirizzato da Diocleziano a Nora il 15 gennaio del 303.

Non partecipavo alla festa, che in realtà e’ lo scioglimento di un voto, da almeno
vent’anni, per quella strana apatia che colpisce i residenti di fronte ad una
festa scontata, normale, che può interessare solo i turisti. E invece non e’
così, anche se lo avevo dimenticato.
Cagliari non esisterebbe senza questo santo, che la salvo’ e continua a salvarla da se stessa da 359 anni. Mai
Cagliari ha dimenticato il suo voto, mai ha dimenticato che il 1 maggio si
festeggia prima Sant’Efisio e poi il Lavoro.
Anche il 1943, con la città devastata dai bombardamenti, il santo protettore fu portato in processione…su
un camioncino, che avanzava lentamente tra le macerie, tra la polvere e tra la
gente che lo invocava…Efisio, Efisio…come si chiama un amico, perché per i
casteddaius Sant’Efisio e’ semplicemente Efisio. Esiste un filmato su quella
processione silenziosa, senza canti e senza launeddas, senza traccas e costumi
rutilanti: una processione di un popolo sconfitto, spezzato, devastato, che
piange ai piedi del suo santo perché solo in lui ripone ogni speranza…sotto le
bombe come sotto la peste di tre secoli prima.
Non conosco nessuno che non abbia pianto vedendo questo filmato amatoriale. Perché le immagini sono
sconvolgenti, come il pianto di un bimbo che abbraccia la madre morta.
Efisio come presenza benigna, come protezione dal male. Qualche volta anche lui ha
sbagliato pur di non deludere i suoi fedeli…come nel 1793 quando fece scappare
i soldati della giovane repubblica rivoluzionaria francese, sbarcati al Margine
Rosso. Poteva evitare di intervenire e noi ci saremmo liberati dei piemontesi
una volta per sempre diventando giacobini e liberi repubblicani.
Eh, Sant’Efisio !
Mi ricordo Santino, che era andato in America per farsi operare
di aneurisma…allora la cardiochirurgia era solo un’ipotesi, in Sardegna e in
Italia. L’intervento era fissato per giovedì, ma Santino…no, ddu feus
cenarba…why? Gli fa il chirurgo…e Santino, volgendosi al figlio
interprete…poita ka giobia est Santu Efis…e il chirurgo capi’…non
conosceva mr.Ephys, ma doveva essere importante per convincere un malato grave a
rischiare la vita ritardando un intervento urgente di 24 ore…e poi, chissà,
poteva essere amico del clan mafioso dei Gambino…

In realtà, alla festa non volevo andarci. Troppo caldo, troppa ressa.
Ma quando mia moglie mi dice…vorrei andare ad accompagnare a piedi Sant’Efisio fino alla Casa
Ballero…mi accodo, non proprio volentieri, ma vado.
Il Largo e’ gremito di folla. Sono le dieci e vediamo le ultime traccas che si inoltrano in via
Roma…carri antichi pieni di fiori come archi pagani, trainati da buoi
monumentali, pieni di gente in costume che canta il trallallera e l’Ave Maria.

Sfilano, dopo i carri, i gruppi in costume…cento paesi, 1600 persone di ogni
età: vecchi barbuti e severi, ragazzi compunti e orgogliosi, donne attempate
erette come se tornassero dalla fonte con le brocche poggiate sulla testa, e
mamme giovanissime che tengono in braccio i figli…sguardi dolcissimi da
Madonne medievali.
Ogni paese ha il suo costume, ma diverso a seconda delle
occasioni, dei riti.
Ogni paese ha i suoi colori…il rosso rubato alle bacche
de sa tuvara, il verde e l’azzurro delle foreste più remote e del cielo più
sereno, il nero lucente oltre il significato nefasto…e gli argenti, gli ori
che tempestano i corsetti, le camicie di donne belle come divinità atzeche.
E ogni villaggio canta con musica e ritmo diverso le sue preghiere…e l’Ave Maria
diventa a volte un canto guerriero per sfumare poi in una ninnananna.
Cento cartelli…Sarcidano, Barbagia, Goceano…Ogliastra…e paesi diversi oggi uniti
da una fede antica. Perché ogni figurante avvolto nel costume ha in mano un
rosario, una croce e canta il mistero della fede. Certo, oggi e’ Sant’Efisio, ma
risuonano in queste voci le parole mai dimenticate dei nostri avi, i riti magici
dei nuragici, la forza identitaria di un popolo.

Dopo le traccas, i carri addobbati a festa trainati da buoi, e dopo i gruppi in costume…smettiamo di
chiamarli folkloristici…sfilano i cavalieri…200, in groppa a cavalli
fantastici, spesso irrequieti, che battono nervosamente l’asfalto, ma i più
tranquilli, che avanzano al passo, trattenuti e rasserenati dai loro padroni.

Belli. Sono ricomparsi anche nelle nostre feste…per Sant’Antonio ne ho
contato venti, nobilissimi, delle statue greche…e ho capito sicura una volta
perché mio padre, cavallante da quattro generazioni, provasse repulsione per chi
mangiava carne di cavallo, e perché a Ierzu non si prestasse neppure il coltello
per tagliare quella carne. I cavalli morti a Ierzu venivano sepolti o bruciati:
e mio bisnonno aveva vegliato per tre giorni la tomba fresca del suo cavallo,
per evitare che venisse profanata da qualche morto di fame.
Avanzano nel Largo dodici cavalli bianchi…ordinati, calmi, la testa fissa verso il mare
antistante. I cavalieri sono vestiti di velluto nero, non guardano nessuno tra
la folla…sono l’avanguardia dei Miliziani….soldati a cavallo vestiti di
rosso, armati di archibugio e con le sciabole sguainate. E dietro di loro, la
Guardiania, col Terzo Guardiano che regge il gonfalone della confraternita; e
l’Alternos, il rappresentante del Viceré, oggi del sindaco…e’ il padrone della
città da oggi a lunedì, quando Efisio ritornerà da Nora a Cagliari.
E’ un consigliere delegato dal sindaco…sta a cavallo insicuro…si vede che non sa
cavalcare…e ondeggia pericolosamente quando saluta la folla agitando il
cilindro…applausi di simpatia e di incoraggiamento.
Ed ecco Efisio, nel suo cocchio dorato, ingenuamente barocco…un santo dal volto alla Cervantes, con
tanto di baffetti e pizzetto…un hidalgo spagnolo, ma dallo sguardo buono,
mansueto…un po’ come lo sguardo da brillo del nostro Sant’Antonio.
Il cocchio e’ trasportato su un carro trainato da buoi giganteschi e
mansueti…avanza lentamente, tra due ali di folla muta. E la festa diventa
quella che e’: un festa di popolo e di fede.
Intorno al cocchio, che avanza su un tappeto di petali e di fiori di ogni colore… s’arramadura…si accalcano i
devoti, non più i turisti. Ed e’ devota la folla che accompagna Efisio verso
Nora, percorrendo la nuova strada che da Sa Scaffa porta alla prima sosta…la
cappella dei Ballero, dove il santo verrà rivestito di abiti meno lussuosi e
sara’ caricato su un camion militare, che lo porterà per un tratto prima di
essere rimesso sul carro e arrivare a Orri, dove la processione si fermerà per
la notte.
L’indomani ripartirà per Nora.
Lasciamo Cagliari in mille. Il cocchio e’ circondato da guardiani della confraternita e dai carabinieri, ma
ogni tanto si ferma per consentire a qualcuno di toccare il simulacro o per
farlo baciare dai bambini. C’è aria di festa, ma tre ragazze vicine recitano a
voce alta il rosario. Mi giro e noto una ragazzina, che in silenzio lascia
scivolare i grani del rosario tra le mani…e’ scalza, come un tempo usava da
noi…scioglie un voto, chissà per chi o per cosa…l’asfalto e’ caldo, ma il
suo viso e’ sereno, non se ne accorge.
La cappella dei Ballero e’ sobria. Il santo viene spogliato dei suoi ori, del mantello lussuoso e rivestito di un
mantello rosso, semplice…diventa un santo contadino, come lo erano i sardi che
lo invocavano negli ultimi secoli. Ci invitano ad entrare per salutarlo…tutti
entriamo e ne sfioriamo la veste…qualche sciocco fa le foto col cellulare,
qualcuno applaude dopo il pater noster recitato come un mantra da un sacerdote
accaldato. Mi aspetto che chiedano il bis.

Un bus ci trasporta in Città.
Con noi, il sindaco elegantissimo che viene preso d’assalto per un selfie. Lui
scherza, poi ci mettiamo a chiacchierare…beh, cosa si dice in giro…mah,
vedremmo dopo Quartu…forse Sant’Efisio può tornare utile…

Nel cielo ancora azzurro naviga lentamente una luna piena, d’argento.
Accendo la tv…scontri a Milano, auto incendiate, mazze ferrate, vetrine sfondate.

Bentornati nel mondo normale.

Tonino Serra per Medasa.it

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