eutanasia

 

Suggestioni:Eutanasia.

Si legge nel Primo Libro di Samuele:
“allora Saul disse al suo scudiero…sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano
quei non circoncisi a trafiggermi e a schermirmi; ma lo scudiero non volle,
perché era troppo spaventato; allora Saul prese la spada e ci si gettò sopra”.
Credo che sia il primo esempio nella storia di richiesta di “suicidio
assistito”.
Mille anni dopo, in una Roma imperiale attraversata da una ferocia
e da una rabbia mai viste, Nerone fuggiva inseguito da una folla urlante, che
intendeva giustiziarlo come matricida chiudendolo in un sacco con una vipera e
precipitandolo nel Tevere. L’imperatore non aveva più scampo e, sentendo
approssimarsi i cavalieri che dovevano prenderlo vivo, si fece tagliare la gola
da un liberto…”gladio destricto, sibi mortem conscivit adiuvante Phaonte
liberto”. In realtà il liberto si chiamava Epafrodito, e Domiziano lo condanno’
prima all’esilio e poi lo fece uccidere proprio per aver favorito il suicidio di
Nerone.
Un caso tipico di assistenza al suicidio, finito male per
entrambi…il suicida e l’esecutore.
Fini’ bene per il medico e per i servitori, che aiutarono a eseguirlo, il suicidio assistito di Seneca,
costretto a tagliarsi le vene proprio da Nerone, in quegli anni particolarmente incazzoso.
Lo dimostra anche il suicidio senza assistenti di Petronio, arbiter
elegantiarum, che tutti noi ricordiamo nel film “Quo vadis”…lui sdraiato nel
triclinio, che si svena mentre chiacchiera amabilmente con i suoi commensali
atterriti, e la schiava preferita e amata che lo segue in quel destino di
morte…”Nerone, uccidi e brucia, ma non cantare per favore!”

Suicidi dettati dalla disperazione e dall’affermazione della volontà del sovrano, in Saul;
dallo stoicismo e dalla rivolta sprezzante verso il tiranno, in Seneca e in Petronio.

Ma fu Il filosofo inglese Francis Bacon, nel 1605, a introdurre il termine
“eutanasia” nelle lingue moderne occidentali. Nel saggio “Progresso della
conoscenza”, Bacon invitava i medici a non abbandonare i malati inguaribili, e
ad aiutarli a soffrire il meno possibile. Non vi era però il concetto esplicito
di dare la morte. Per Bacon, l’eutanasia significava semplicemente la morte non
dolorosa…la “buona morte”…e il medico doveva solo assecondare la Signora con
la falce senza uccidere, ma solo aiutando il malato a chiudere gli occhi per
sempre senza soffrire. Era la Natura che compiva il sul corso, ma il medico non
le consentiva di infierire sul corpo e la mente del malato. Interveniva sulla
sofferenza, per salvaguardare la dignità del morente.

La cronaca degli ultimi anni e’ tristemente costellata di esempi di paziente terminali, o di loro
parenti, che chiedono la buona morte. Prima ci fu Terri Schiavo, in stato
vegetativo dal 1990 al 2005, quando venne sospesa l’alimentazione forzata; poi
Eluana Englaro, morta nel 2009 dopo 17 anni di non vita e di una guerra del
padre contro uno Stato assente e una medicina difensiva; quindi Piergiorgio
Welby, che chiedeva invano l’interruzione della respirazione assistita, finché
non intervenne un anestesista come il Cireneo dei Vangeli.
Ma il caso che porta l’eutanasia al centro del dibattito in Italia è quello di Elena Moroni e
del marito Ezio Forzatti. La donna era in coma irreversibile a causa di un edema
cerebrale quando l’uomo il 21 giugno 1998 entra in ospedale, armato con una
pistola scarica, per staccare il respiratore che la teneva in vita. Il processo
a Forzatti è seguito dalla stampa e soprattutto dalla opinione pubblica che si
divide tra favorevoli e contrari: dopo una prima condanna a sei anni e il
riconoscimento di infermità mentale, l’uomo viene assolto perché ‘in pieno
possesso delle facoltà’, non aveva commesso il fatto. Secondo i giudici, quando
Forzatti staccò il respiratore, la donna era clinicamente morta.
Uno Stato legato alle Leggi, giustamente, ma non tanto cinico da non capire le ragioni
della disperazione. Arresta chi uccide, cerca di salvarlo invocando la follia e
poi lo assolve affermando che Elena Moroni era già morta. Tutti abbiamo fatto
finta che fosse così.

Siccome siamo una società di filosofi e di legulei,
invece di affrontare il problema in termini razionali o demandandolo al sacro
rapporto di fiducia tra medici e pazienti, ci siamo fermati all’arida
elencazione delle diverse modalità di morte “non naturale: l’eutanasia è attiva
diretta quando il decesso è provocato tramite la somministrazione di farmaci che
inducono la morte; l’eutanasia è attiva indiretta quando l’impiego di mezzi per
alleviare la sofferenza (per esempio: l’uso di morfina) causa, come effetto
secondario, la diminuzione di tempi di vita;
l’eutanasia è passiva quando provocata dall’interruzione o l’omissione di un trattamento medico necessario
alla sopravvivenza dell’individuo; l’eutanasia è detta volontaria quando segue
la richiesta esplicita del soggetto, espressa essendo in grado di intendere e di
volere oppure mediante il cosiddetto testamento biologico; l’eutanasia è detta
non-volontaria nei casi in cui non sia il soggetto stesso ad esprimere tale
volontà ma un soggetto terzo designato (come nei casi di eutanasia infantile o
nei casi di disabilità mentale).
Non esistendo una legge che disciplini l’eutanasia come il suicidio assistito, entrambi sono sottoposti al codice
penale, art. 575, perché considerati “omicidio volontario”. Anche in caso di
consenso del paziente si incorre nel reato ‘omicidio del consenziente’, previsto
dall’articolo 579 del c.p.p., con pene da 6 a 15 anni. Il secondo rientra
nell’articolo 580 del codice penale sull’istigazione al suicidio.

Eppure, secondo l’articolo 32 della Costituzione, “nessuno può essere obbligato a un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, il che vuol
dire tutto e niente. E infatti, dopo il caso Englaro, nel 1999 stava per passare
il ddl Calabrò, in cui alimentazione e idratazione artificiale erano equiparate
a forme di sostegno vitale e quindi era proibito interromperle.
Benedetta una crisi di governo che ne blocco’ la discussione in aula.
Siamo ancora in alto mare, nonostante la Corte europea prema perché si legiferi sul problema e si
chiariscano i limiti della “buona morte”.
E’ di ieri una sua sentenza, che autorizza a interrompere il trattamento terapeutico di un cittadino francese,
Vincent Lambert, in come vegetativo da sette anni, dopo un incidente in moto.
Come nel caso Englaro, ci sono dei parenti stretti e la moglie, testimoni della
volontà di Vincent di non voler restare in vita nel casi di malattie invalidanti
e irreversibili, mentre la mamma di Vincent si oppone, convinta che lo si voglia
uccidere. Vincent verrà liberato dagli strumenti che lo tengono in vita
artificialmente e potrà finalmente morire.
Faremmo lo steso in Italia? Avremmo il coraggio di affrontare in Parlamento questo problema o, come sempre, dovremmo
aspettare che si pronunci un giudice, spesso incompetente?

Per una beffa della cronaca, ieri abbiamo appreso che il Regno Unito non rimborserà più il
costo di un farmaco usato per un tumore molto diffuso. Costa troppo e non vale
la pena di mandare in fallimento il welfare per assicurare pochi anni di
vita.
Gli inglesi programmano la morte…omicidio volontario…di pazienti che
costano troppo …scusate, ma voglio curarmi…mentre da noi il paziente non può
chiedere di non essere curato oltre i limiti che la sua coscienza gli detta. Sua
maestà la Regina ha un governo che se ne frega della dignità di chi vuole
provare a vivere ancora per qualche tempo; da noi si ignora la dignità di chi
vuole morire senza usare terapia inutili e irrazionali.
Una totale divaricazione tra chi chiede di vivere…non lasciare che muoia mentre sono
ancora vivo…e chi chiede di morire…non lasciare che viva quando la mia vita
non c’è più.
Trovo questo modo di agire spregevole e incivile, del tutto
indifferente verso chi soffre.

Da anni io sono per le cure fino all’ultimo momento di vita, per curare il malato, lenire le sofferenze e nascondergli fino
all’ultimo che la sua vita sta per finire. Ritengo stupido dire la verità a chi
sta morendo, perché nessuno crede che sia arrivato il momento di andarsene…lo
pensa, ma la speranza non abbandona l’uomo fino alla fine. Lo dico dopo aver
visto morire in quarant’anni di medicina, circa 500 persone. Dio ci ha dato la
vita e il privilegio di non sapere quando finirà. Perché infrangere questo
mistero? Lo dico ai parenti perché risolvano qualche problema; al paziente mai,
a meno che non mi faccia una domanda diretta…dico la verità ben sapendo di non
essere creduto e di non infrangere la corazza che ci fornisce l’istinto della
sopravvivenza…oltre gli esami di laboratorio o i referti strumentali.
Il morente ha diritto alla sedazione totale, profonda, continua perché non soffra e
non senta il terrore della fine. Ha diritto a morire bene, seguito da un medico
capace, col quale ha instaurato un patto silenzioso…mi assisterai fino in
fondo, salvando la mia dignità.
Le leggi dello Stato possono essere solo dei quadri di riferimento per evitare abusi,
ma si lasci al paziente il diritto di scegliere il medico che dovrà accompagnarlo fino alla fine e col quale ha
stretto un patto, umano, profondamente umano, perché non sia lasciato solo.

Non e’ eutanasia. Questa e’ semplicemente umanità.

 

Tonino Serra per Medasa.it

Print Friendly, PDF & Email