E da tanto che non scrivo. Non che non sappia cosa raccontare ma è che non trovo mai che sia il momento giusto per farlo. Stavo ascoltando un vecchio vinile dei Supertramp e mi è venuto in mente Buzzico, che tanto ama questo gruppo…. La mente va,  riaffiorano tante cose e..Tac! é successo!! Mi è venuta voglia di raccontare quando io e lui ci siamo infilati (perché il termine è proprio quello giusto) nel sifone della grotta del Fico.

Bravi ad andare sott’acqua, per carità, ma assolutamente privi di qualsiasi formazione specifica per affrontare immersioni tecniche in grotta in sicurezza. Quando si hanno dei limiti la prima cosa è ammetterlo…poi tenerne conto…beh..quella è un’altra cosa.

Complice il lobo frontale non ancora completamente sviluppato, evidentemente, ma anche una buona tendenza a sopravvalutare le nostre capacità aveva avuto il suo peso.

All’epoca, poco più che ventenni, eravamo l’esatta dimostrazione dell’ effetto “Dunning-Krugher” che si potrebbe riassumere cosi: una distorsione cognitiva derivante da una notevole sopravvalutazione delle proprie capacità che ti spinge a conclusioni errate senza essere in grado di renderti conto dei tuoi errori. Un po come un ministro ignorante che senza nessuna competenza ingegneristica pretenda di costruire un ponte che sia il più lungo del mondo.

 Ma, senza saperlo, eravamo fortunati, ma tanto fortunati. Senza quella generosa dose di buona sorte e di predestinazione favorevole, adesso non sarei qui a scrivere questo breve racconto.

Premessa: non ho mai preteso di essere di esempio per nessuno. Qualcuno mi ha affidato la  formazione e la gestione di interi staff di giovani istruttori subacquei, ma io non ho mai chiesto niente a nessuno. Mi piaceva moltissimo il mio lavoro, qualcuno che aveva pensato che avrei potuto  trasmettere questo mio trasporto anche ad altri, mi aveva affidato grandi responsabilità .

Anche alla PADI ci sono cascati perché negli anni ho lavorato anche per loro, facevo il traduttore e il revisore dei testi pubblicati in italiano. In realtà tutto cominciò quando una grossa società per la quale lavoravo durante l’inverno come istruttore subacqueo mi chiese di fermarmi stabilmente con loro e questo implicava di dover rinunciare al diving che gestivo in Sardegna assieme a Buzzico. Sembrava brutto dire di no e allora dissi che avrei potuto lavorare con loro se mi avessero dato un ruolo da responsabile, il famoso “Capo Centro”. Era un modo per farmi dire di no da loro e scaricare quindi la responsabilità su qualcun altro. Invece….ho fatto la fine che ho fatto!

Comunque sia, io e Buzzico avevamo sentito da Marco di questo strano passaggio subacqueo che si apriva proprio sotto l’accesso aereo alla grotta del Fico, nel golfo di Orosei, lungo la costa di Baunei. Forse esisteva davvero o forse no. Decidemmo di andare a vedere. Ma mica una cosa organizzata bene con sistemi di illuminazione adatti, bombole stage per eventuali decompressioni, sistemi di comunicazione e assistenza di superficie. Macché, io e lui da soli con una bombola da 15 litri e una torcia a testa, boh… fine della storia.

L’unico tocco di professionalità fu una sagola guida lunga 450 mt avvolta su una unica bobina, e pure mezza impigliata, ma questo lo scoprimmo dopo durante la progressione in grotta.

Comunque, un gommone con due subacquei che da Santa Maria Navarrese partiva verso nord senza che nessuno sapesse dove era diretto. Non avevamo manco il barcaiolo, quindi nessuno che si sarebbe potuto accorgere di una nostra eventuale “defeince” e che potesse dare l’allarme. 

Eravamo pure in inverno. Se ci fossimo persi nessuno avrebbe neanche saputo dove venire a cercarci, avrebbero solo scoperto che in porto mancava un gommone. Non ricordo perché non dicemmo niente a nessuno, ma le ragioni potevano essere tante. Forse perché non volevamo che altri diving lo scoprissero. Oppure perché non credevamo che il cunicolo fosse veramente una porta aperta verso un mondo che consideravano di nostra esclusiva competenza, o magari solo perché eravamo due cretini irresponsabili.

Ci sentivamo molto audaci e motivati dalla curiosità. Arrivati sul posto facemmo un rapido passaggio solo con pinne e maschera per vedere se quello che sembrava un accesso alla grotta subacquea avesse un seguito o se finiva li, una semplice insenatura priva di interesse. Si poteva fare, sembrava abbastanza pericoloso da attirare la nostra attenzione. Vestizione senza parlare, con ciascuno di noi che sembrava pensare a quello da farsi, come due subacquei tecnici che visualizzano ogni singolo passaggio per renderlo familiare e quasi automatico al momento opportuno…..ahhh… ma quando mai!! Probabilmente stavamo  pensando se c’era abbastanza benzina per tornare in porto o a quello che avevamo mangiato a colazione o a quello che potevamo mangiare per cena e chi se ne fregava della visualizzazione. 

Gommone ancorato con due cime, una a prua e una a poppa come facevamo sempre per averlo molto vicino alla parete. 

Pronti in assetto “tecnico” con vestizione in acqua, Buzzico con semistagna da 7 mm e io con una stagna Viking HD che mi ero portato dietro dal cantiere dove lavoravo in quel periodo. Assicurammo la sagola guida in due punti, uno all’esterno e uno subito all’interno del cunicolo, e mi ricordo che pensai: “forse ho usato troppa sagola, ne abbiamo solo 450 mt, magari un solo punto di ancoraggio é sufficiente” ma lasciai perdere e iniziammo la progressione. 

Acqua salata per i primi 40 mt circa e poi una roba stranissima, una sorta di “barriera verticale”, un aloclino formato dal miscuglio di acqua salata e acqua dolce a temperatura bassissima che si era accumulata nella grotta. Visibilità meno di 20 centimetri, per leggere gli strumenti dovevo quasi poggiarli al vetro della maschera. Sapevo che Buzzico era dietro di me perché percepivo la luminosità della sua Vega2. Entrati nella zona di acqua dolce lo choc termico fu un vero schiaffo sulla faccia. Probabilmente non c’erano più di 4 o 5 gradi.

Io avevo la stagna ma avevo le mani nude e sentivo la differenza, Buzzico aveva una muta umida semistagna e dopo pochi minuti cominciò a sentire la differenza su tutto il corpo. Ma la grotta era interessante, bellissima, un lungo cunicolo sufficientemente ampio da poterci nuotare e senza passaggi stretti che ci costringessero a togliere la bombola per proseguire o dover spostare la sabbia sul fondo ed espirare per ridurre il volume della cassa toracica per avanzare, come avevamo fatto altre volte.

La grotta aveva uno sviluppo verticale con dei pozzi in discesa e dei camini in risalita, acqua limpidissima e visibilità quasi come fuori dall’acqua. Una cosa simile la vidi solo diversi anni dopo quando, lavorando in Mexico nella penisola dello Yucatan, mi immersi nei Cenotes. Eravamo eccitatissimi, stavamo esplorando una grotta arrivando dove probabilmente non era ancora mai arrivato nessuno. 

Ricordo che alcune concrezioni avevano una forma che sembrava la coda di un pinnipede, pensai alla carcassa di una foca monaca, ho ancora la fotografia perché in tutto quel bordello mi ero pure portato dietro la NikonosV con i flash. Non abbiamo mai approfondito la cosa, magari un giorno farò vedere le foto, che ancora conservo, a qualcuno che se ne intende veramente. 

Eccitati quanto bastava per non renderci conto del rischio che stavamo correndo e che aumentava logaritmicamente ad ogni metro di progressione. 

La profondità non era eccessiva, non ricordo esattamente ma credo che non superammo mai i dieci metri di profondità, il problema era la distanza dall’ingresso che quando finí la sagola guida era arrivata a 450 metri. Era come essere a 450 metri di profondità, perché quella era la distanza netta dalla superficie. Questa cosa l’ho pensata solo in seguito quando decisi di fare dei corsi di specializzazione per le immersioni in grotta, ma non ne feci mai parola con nessuno, men che meno con i miei istruttori, i Blue Brothers che a Porto San Paolo mi formarono, inconsapevoli della mia già “maturata esperienza” di immersioni in grotta.

Comunque, tornando ai fatti, la situazione per noi era veramente affascinante: una grotta inesplorata che ci invitava a proseguire ma noi avevamo finito la sagola guida che ci riconduceva verso l’uscita…che fare.. ci sentivamo come Ulisse in prossimità dell’isola di Eea in balia del canto delle Sirene. Diventava pericoloso, ma la grotta proseguiva che fare? Chiaramente tornare indietro era la cosa giusta, saggia, ragionevole…ma non era l’unica cosa da fare! Avevamo una torcia a testa e quindi una si poteva lasciare accesa dove finiva il filo di Arianna e proseguire in due con una sola torcia fino a quando vedevamo ancora la luce della prima.

Secondo voi cosa decidemmo  di fare? “Ça va sans dire”…avanzammo per almeno altri 50 metri senza sagola guida fisica. Voglio essere veramente onesto: non so perché facevamo queste cose, so solo che allora ci era sembrata la cosa giusta. So che è stato irragionevole e raccontarlo non sarebbe neanche giusto ma, come ho già scritto diverse volte, non sono più coinvolto nella subacquea professionale da ormai molti anni la mia reputazione non ha valore, “confessare” mi fa sentire meglio. Molti copratogonisti, invece, hanno ancora un coinvolgimento attivo e per questo che uso sempre pseudonimi. 

Fin qui tutto normale, direi. Tornammo indietro a malincuore, recuperammo il rocchetto della linea guida e ci dirigemmo verso l’uscita riavvolgendolo. Durante il recupero realizzammo quanto ci fossimo esposti ad un vero pericolo di smarrimento. In due diverse camere, seguendo il filo di Arianna, invece di imboccare quella che naturalmente sembrava la via principale per tornare alla superficie, attraversammo dei piccoli pozzi verticali che ci riportavano verso la giusta direzione. Sono sicuro che se non avessimo utilizzato la sagola guida non saremmo mai riusciti a ritornare indietro.

Evidentemente era andato tutto bene e noi riemergemmo molto più esperti di quando, circa un ora prima, ci eravamo immersi senza un idea di cosa ci aspettasse. Se é vero che l’esperienza ti evita di ripetere degli errori ma che l’esperienza la fai solo quando non fai cose ragionevoli, io e Buzzico dovremmo essere addirittura anche molto più esperti di quanto siamo adesso ed è per questo che riconosciamo subito un errore quando stiamo per commetterlo un’altra volta.  

A chi ha stima di noi e ci considera esperti….immaginate solo quante cazzate abbiamo fatto!!!