Radio Alter on the Road Communications ha voluto incontrare Filippo Lantini, la storia e la memoria dell’essere dj in Sardegna e Cagliari. Con lui tante generazioni sono cresciute non solo ballando con le sue selezioni musicali, ma hanno anche educato l’orecchio ad un ascolto della black music e tanti altri generi con brani di ottima qualità. Le memorie sonore accompagnate da quelle motorie secondo la psicologia musicale non si dimenticano, ma permettono una crescita comunicativa e strutturale fisica in relazione col mondo e ambiente circostante nel quale siamo immersi. Conversare con l’artista Filippo Lantini e ricostruire un percorso attraverso le rievocazioni dei ricordi significa prendere coscienza di quello che siamo oggi, perché siamo il frutto di ciò che eravamo.

 

Filippo posso considerarti la storia e la memoria dei dj sardi?

Eh si, sono un po’ antico.

No non è questione di essere antichi è questione di essere la storia, che è diverso, no? E per fortuna si è storici antichi perché ciò significa che si è lasciata una traccia.

Ah si quello sicuramente anche perché non ce ne erano dj all’epoca. Ho dovuto imparare e fare tutto da solo senza avere nessun maestro, al contrario dei dj che si sono susseguiti dopo, che avevano dei punti di riferimento.

Quando tu iniziasti a fare il dj come è nata questa passione? Come è nata questa figura del dj? O se tempo prima a Cagliari esisteva una figura simile al dj?

Forse uno che lavorava prima di me, o quasi in contemporanea, è stato “Marina” del locale il Grillo, non ricordo il suo nome per intero. Lui metteva i dischi lì. Mentre la mia passione è nata quando ero ancora un ragazzino e col motorino lavoravo per la 3P che si occupava di distribuire i 45 giri promozionali sia ai jubox e ai pochi club che c’erano ai tempi.

Perciò anche quando operava il produttore sardo Marcello Mazzella?

Non ricordo con precisione, io avevo quattordici anni ed era quasi cinquant’anni fa.

Come era questa Sardegna, questa Cagliari all’epoca?

Era bella, allegra e spensierata.

Aveva voglia di uscire dalle tristezze dei nostri genitori dei ricordi della seconda guerra mondiale?

No, stiamo parlando di un periodo posteriore. Il periodo del quale ti parlo è quello dei primi jubox negli stabilimenti balneari, del biliardino, perché il divertimento era quello. La notte non si usciva. Erano i tempi che da bambini si giocava a pallone sotto casa, non c’erano tante auto eh..

Posso usare l’espressione “poveri ma felici”?

Si, si poveri ma felici, c’erano tantissimi giovani. Ci si confrontava; si giocava tutto il giorno e si andava a scuola tranquillamente a piedi. Io frequentavo la scuola Alberto Riva. Abitavo in piazza Giovanni e percorrevo la via Bacaredda da solo tranquillo. A quattordici anni, invece col mio primo motorino distribuivo questi 45 giri e anziché farmi pagare in danaro recuperavo dei dischi.

Che dischi sceglievi per te? Quale selezione già facevi? E che motorino avevi?

Avevo un “Lui” come motorino . Si già facevo una selezione. Mi tenevo James Brown, Rufus Thomas, Timmy Thomas, praticamente la black music , quella che andava per la maggiore, ma anche musica italiana come Mina. Io tenevo per me la musica che reputavo dance e che si poteva ballare.

Quando è stata la prima volta che hai messo dischi per qualcuno? E come hai scelto la selezione dato che il dj è come un direttore che dirige, un pilota?

La verità è, se ricordo bene, quando ero in prima superiore. Con gli amici avevamo fondato un club. Era il garage di Andrea Mascia, il garage di casa di piazza Tristani. Un cosa terribile perché se scoppiava un incendio morivamo tutti. Era tutto fatto in cartone. Lì c’era un giradischi “Selezione Reader Digest” e io mettevo la musica in mio possesso. In seguito distribuendo questi 45 giri, mi era capitata l’occasione di stringere amicizia con Carlo Molinari, che era un commesso di una boutique che la sera faceva il dj in club l di via Lanusei denominato “Pok Pak”.

Un signor club in questo caso, senza cartone?

Si un luogo carino. Con gli amici abbiamo iniziato a frequentarlo e spesso capitava, posto che a Carlo Molinari piacevano molto le ragazze, di dedicarmi io alla musica.

Perciò è stata la musica permetteva di avvicinarsi alle ragazze?

Non è che a me non interessassero le ragazze. Io lo sostituivo perché lui era impegnato con qualche ragazza ed io svolgevo il suo lavoro da dj, che mi piaceva tanto. Infatti per un anno poi sono rimasto a fare il dj del club.

Quell’anno ti ha permesso di raggiungere anche una certa esperienza?

Devi considerare che ai quei tempi non c’era la tecnica nel senso che non dovevi miscelare, perché finiva un disco e ne mettevi un altro. Posso dire che in questa esperienza ho affinato il gusto estetico musicale. Si ballava di tutto. Era importante lo stare tutti insieme.

Perciò in quel momento l’importanza della musica era l’elemento associativo?

Si.

Quando è nato il primo missaggio e quando la musica dance doveva seguire dei canoni estetici rispetto all’elemento associativo?

C’è stato un passaggio fondamentale, dalla “balera” alla “discoteca”. Ricordo che fui chiamato dal Signor Spiga, l’allora gestore del Lido di Cagliari. A quei tempi il Lido era anche una balera. Suonavano le orchestre dal vivo e ballavano, liscio, samba, ecc. Posto che i costi erano elevati, per ammortizzarli, Signor Spiga comprò un mixer e due piatti. L’impianto era alquanto casalingo, molte piccole casse Philips e lì abbiamo iniziato a riempire il locale.

È in quel periodo che ti sei specializzato nel mixer?

Si, ma considera che ancora non si missava, nel senso che finiva un disco e ne iniziava un altro. Magari cercavi di trovare dei brani che avevano circa la stessa velocità, e li abbinavi così senza sovrapporre un disco all’altro.

Quando è iniziata la sovrapposizione?

La sovrapposizione è nata con la “Febbre del Sabato sera” sempre al Lido. Poi in seguito ho anche lavorato anche all’Aquarium e a Capo Blu.

Già esistevano queste discoteche in contemporanea?

Si.

Anche questi locali hanno fatto la nostra storia.

La storia di Cagliari in particolare è il Lido, perché una volta che Roberto Devoto ha preso in gestione il Lido lo ha trasformato anche in una discoteca. Si organizzavano spettacoli sulla rotonda, si chiamavano artisti, ed io ero il dj del Lido. L’impianto era più serio, con piatti con regolazione di velocità, ecc. Con il successo della “Febbre del sabato sera” sono “esplose” le nascite delle discoteche nel vero termine. Erano anche i tempi in cui si iniziava a viaggiare e si potevano vedere altre realtà. Noi andavamo sempre nel riminese , Bologna e Rimini, dove avevamo l’occasione di ascoltare gli altri dj, e lì mi affascinò in particolare uno che sovrapponeva due dischi.

Quanto era importante il rapporto Dj ed Imprenditore? Il successo era dettato anche da una buona organizzazione?

A quei tempi non esisteva come oggi l’organizzatore che distribuiva in giro gli inviti .

Esisteva il passaparola?

Bisogna tenere presente che il Lido era una stabilimento balneare dove molte famiglie Cagliaritane durante il giorno andavano al mare e la sera in discoteca. Ci si conosceva quasi tutti. Come una grande famiglia. Io ormai avevo acquisito un’esperienza anche tecnica che mi permise di lavorare dappertutto.

Quando mettevate la musica voi dj avete creato anche degli stili, come ad esempio un modo di ballare, ecc. Voi che state nella consolle osservate tutti i comportamenti umani della pista da ballo. I fidanzamenti che nascono e..

Ah quello è sicuro!

Vedete nascere storie d’amore, litigi, ecc.

Ho visto nascere tante coppie delle quali qualcuno dura ancora nel tempo, mentre qualcun’altra è scoppiata. Sono state tante che è impossibile elencarle.

C’era qualcuno in particolare che creava uno stile di ballo? O cercava di emergere nel ballo in discoteca?

Si, ma a quei tempi, una volta che c’era la febbre del sabato sera il modello era lui: John Travolta. C’era l’esibizionista di turno vestito di bianco come John Travolta e faceva la macchietta dell’attore ballerino.

Il mito era quello sicuramente, mentre oggi ci sono tante scuole di ballo con schemi ritmici ben definiti e che dettano il come si deve ballare.

In questo caso si parla di balli latinoamericani , o simili, che io non ho mai frequentato, ma non perché non mi piacessero, perché mi piacevano quelli precedenti come la musica cubana, ma non questi recenti balli latino americani come il Regaetton. Sicuramente sono balli di aggregazione, e questo è un fattore molto positivo, ma non rientrano nei miei gusti musicali preferiti.

Hai anche vissuto l’esperienza della radio?

Si proprio nel periodo in cui lavoravo con i 45 giri, fui chiamato a mettere i dischi a Radiolina quando c’era “Super Arsenico”. La sigla di Radiolina la decisi io ed è durata quasi fino ad oggi. È cambiata da poco. Ricordo la sede, che stava al lato della cattedrale di Cagliari, praticamente in uno stanzino dove non dovevi neanche camminare perché saltavano i dischi ad ogni passo, dato che il pavimento era ballerino. Poi posto che dovevo lavorare un paio d’ore la mattina, mentre tutti i miei amici erano al lido al mare a divertirsi, ci avrò fatto per questo motivo due settimane. Nonostante ciò, sono stato uno dei primi a lavorare a Radiolina, che è stata la prima radio. Non ce n’erano altre all’epoca.

Una tua firma la hai lasciata. Hai lasciato la sigla

Si ho lasciato la sigla. Poi con Ivano e tutti gli altri siamo rimasti in ottimi rapporti. Da sempre ci stimiamo.

In seguito sono nati altri dj. Ce ne sono alcuni con i quali hai lavorato insieme, come Giulio Massidda, una coppia che ha fatto storia, ma ce ne sono altri con i quali l’agonismo sportivo musicale ha creato una sorta di competizione? C’è qualcuno con il quale sei stato competitivo?

Non sono mai stato in competizione con qualcuno anche perché avevo il mio genere e stile. Non sono mai stato un dj commerciale, anzi la mia tendenza era quella di proporre nuova musica. Sono stato il primo a mettere la New Wave, la House, il Funky, “Jamming” di Bob Marley, perché il Reggae non lo calcolava nessuno a quei tempi, e poi ha avuto il successo che sappiamo.

Se tu dovessi dare una definizione della musica, di cosa è la musica cosa diresti?

La musica è tutto. La musica è sentimento. È divertimento, è passione. La musica ti toglie il fiato, ti fa innamorare, ti fa ricordare momenti belli e brutti. È un qualcosa di fondamentale per l’esistenza. Se non ci fosse la musica saremo dei “preistorici”, degli uomini preistorici. La musica è nata con l’uomo e ha proseguito nell’evoluzione .

Filippo oltre ad essere un dj sei un artista molto quotato. Come è nata l’altra arte? Essere artista della musica e delle arti plastiche e figurative come coincidono queste espressioni?

L’arte figurativa e la bellezza artistica sono elementi che ho sempre perseguito. Da sempre sono impegnato sia nel disegno, nella pittura, nella lavorazione dei materiali. Ho usato l’aerografo anche a livello professionale, e l’arte di per sé mi ha sempre appassionato. L’amore per la lavorazione del legno la ho da sempre perché l’ ho ereditata da mio padre che anch’egli era dedito nel lavorarlo. Inoltre avevo uno zio che possedeva una grande falegnameria e da bambino quando ci andavo ascoltavo i loro discorsi sul legno, le varie essenze, i differenti legni, le difficoltà per uno e la facilità per l’altro, o le caratteristiche dell’uno e dell’altro. Ho imparato ad amare il legno inconsapevolmente. Durante il periodo del mio lavoro come dj avevo accantonato questa mia passione che poi è rinata nel momento in cui ho aperto il laboratorio di falegnameria all’AIAS con i ragazzi con i quali lavoro e insegno come lavorarlo.

Lavorare con questi ragazzi e trasmettere l’arte, quanto può aiutarli? E la musica?

Loro con impegno fanno quello che possono. Siamo dotati di due stanze abbastanza grandi con la musica che ci accompagna sempre. Sono già diciannove anni che ho il laboratorio con loro e così è rinata in me sempre più forte la passione per la lavorazione di questo materiale. Disegnavo le sculture prima e poi le lavoravo. Questo mi ha aiutato molto quando ho deciso di smettere come dj dopo 35 anni di carriera non solo per la stanchezza fisica, perché non vivi il giorno ma la notte. Il momento in cui è nato mio figlio ha richiesto altre esigenze di vita.

Fare il padre di famiglia richiede esigenze diverse

Poi pian piano si andavano sempre più creando situazioni temporali diverse. Le notti in discoteca iniziavano all’una per ballare fino all’alba. Inoltre la molta droga che rovinava i ragazzini che si autodistruggevano mi rattristava il cuore e l’animo. Una Cagliari che cambiava e perciò ho lasciato con gioia, non c’è stata la mancanza del lavoro da dj.

Qualche serata revival però con grande successo vi partecipi. Come ti trovi con questo cambio dall’analogico al digitale?

Io uso solo l’analogico. Quando organizziamo queste serate revival personalmente uso il vinile e così tutti gli altri. Forse qualcuno lo usa , su otto dj forse qualcuno lo usa.

Io preferisco il vinile

A chi lo dici!

Tu perché preferisci il vinile?

Uno per il calore che ti da quando lo tocchi e poi perché è una questione di suono. Il suono del vinile non lo raggiungerà mai nessun digitale, perché per portare tanta musica con te la devi comprimere e gli togli così tanto di quel suono come i bassi o dove gli alti sono sgradevoli all’ascolto. Il vinile ti rende quei bei bassi e alti ottimali. È troppo facile mettersi lì con un computer che poi svolge tutte le mansioni. Tu dj che fai? Puoi giusto selezionare la musica. Prima era un sacrificio. Dovevi andare a scegliere e comprare i dischi, pagarli e crederci in quei dischi. Oggi ti scarichi tutto e tutti possono fare il dj. Non c’è più la personalità del dj. Sei un “metti musica” non sei un dj. Il dj un tempo aveva un certo carisma e per questi motivi la gente andava proprio dove c’era il proprio dj preferito. Oggi è diverso, con quattro o cinque “metti musica” ti danno pochi soldi e il lavoro non è più professionale come un tempo. Tutto è più decadente oggi.

Eppure in questi ultimi anni , proprio per rimanere sul tema della figura del dj, sono nati dei festivals dove la star e protagonista è il dj, come David Guetta, Bob Sinclair, Steve Aoki, ecc.

Qui stiamo parlando dei Producers. Il “producer” fa la sua musica. Ciò significa che crea la sua musica, conosce la musica, legge le partiture. Sono artisti e dj. A parte l’Hip Hop che è una cosa a sé, questi producers li puoi contare sulle dita di una mano. Fanno dischi e spettacolo in questi festivals.

Ci sono dei dj del tuo periodo con i quali vi vedete e sentite ancora oggi?

I miei amici ci sono sempre, come tutti quelli che hanno lavorato con me. Fabrizio Minozzi, Dario Prefumo, Gianni Pranteddu e tanti altri con i quali ci vediamo almeno due o tre volte al mese per andare a mangiare qualcosa insieme. Siamo rimasti molto amici.

C’è un sogno di Filippo Lantini? Creare a Cagliari una scuola di dj?

Una scuola? No mi proposero un tempo di parteciparvi, ma non ritengo che si apprenda a fare il dj in una scuola. Oggi è tutto digitale e perciò sta al gusto musicale di chi mette la musica per eccellere. Riguardo ai sogni me li sono goduti. Ho avuto molte soddisfazione facendo il dj. Il mio sogno è che si torni a quei tempi del puro divertimento e all’aggregazione sociale tra ragazzi.

Diciamo anche ad una certa “innocenza”?

Esatto, dove i giovani non debbano distruggersi con alcol e droga per socializzare. Si riempiono di pastiglie e alcool solamente per avere il coraggio di parlare con la persona che si ha al fianco. Un tempo c’era più goliardia, più voglia di ridere e meno malizia. Oggi come ti giri ti accoltellano la schiena o addirittura risse tra donne. Quando mai si è vista una cosa del genere? Il mio sogno è che si ritorni a quella leggerezza sincera. Andare in discoteca per ballare con allegria senza competizioni con nessuno.

 

 

 

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