Radio Alter on the Road Communications incontra Giulio Massidda uno tra i dj che hanno scritto la storia della musica della discoteca a Cagliari e in Sardegna. La musica ha la facoltà di essere inclusiva ed esclusiva sia a livello sociale che di gruppo. Un’analisi e il ripercorrere alcuni momenti della nostra storia musicale significa anche tracciare un percorso storico sociale e di costume della nostra isola. Significa comprenderne le dinamiche e raccogliere le informazioni per capire quei tasselli comportamentali delle società giovanili dell’epoca per meglio intendere quelli contemporanei. È la storia di ieri, ma anche quella di oggi, perché la storia non ha un tempo nel suo lineare evolversi dei vissuti umani che si succedono in moti circolari e in momenti che noi definiamo tempi, che intercaliamo con pause, in battute denominate con il lessema: musica.

Come è nata la passione per la musica?

Inizia tutto con le feste fatte in casa.

Quanti anni avevi?

All’incirca quindici anni. Compravamo i vinili, 45 giri, in via Roma alla Casa del Disco. Avevamo in via Milano a Cagliari una sorta di casetta dove svolgevamo le feste con gli amici . Non c’era molto che ti offriva Cagliari all’epoca e così era tutto un fai da te. Se organizzavi un qualcosa ti arrivava quasi tutta la città per l’evento.

Come era all’epoca l’organizzare una festa dai ragazzi dell’epoca?

Innanzi tutto non c’erano i due piatti e il mixer, ma c’erano un solo piatto. Finiva un disco e ne dovevi mettere subito un altro.

C’era perciò un intervallo tra un 45 giri e l’altro

Esattamente.

C’era perciò in quell’intervallo la possibilità di maggiore comunicazione tra i presenti?

Si la comunicazione era presente. Si poteva trascorrere una bella serata ascoltando e ballando musica, ma si poteva anche tranquillamente dialogare, mentre poi con il tempo ciò si è perso.

Come erano strutturati i balli? C’erano quelli dance e i lenti?

Si ed era proprio nel momento dei lenti in coppia che la comunicazione era più profonda. Era l’attimo dell’incontro con l’altro, dell’approccio con le ragazze in forma comunicativa e del conoscersi, perché era vigente una profonda forma di rispetto. Oggi vige troppa cafoneria nei riguardi dell’altro.

Come avveniva l’invito al ballo verso una ragazza?

Quasi sempre i ragazzi invitavano a ballare le prescelte.

Era troppo sfrontato per le ragazze prendere l’iniziativa per prima?

È più una forma attuale quella da parte delle donne all’invito al ballo. Prima avveniva raramente. E se c’era un diniego rispetto all’invito, delicata era la risposta di dissuasione da parte della ragazza. Un altro mondo e altri modi comportamentali. In seguito dalle feste fatte in casa si è passati a quelle organizzate. I pionieri furono Gianni Aramu e Lello Atzori, i primi organizzatori che riuscirono anche a trasmettere al cinema Corallo, in piazza Michelangelo, la proiezione del film Woodstock . Organizzavano alla Rotonda dello stabilimento balneare del Lido al Poetto le serate. I dj che chiamarono furono Filippo Lantini e io al supporto organizzativo. Altri eventi avvennero non solo al Lido, ma anche alla Fiera e al Salone dei Parrucchieri a Genneruxi. Perciò c’è stato un passaggio in un breve lasso di tempo dalla festa casalinga con pochi invitati alla festa organizzata di ottocento persone.

Come riuscivate a gestire tutte queste persone?

Il segreto era quello di avere più persone responsabili. Non c’era tutto l’alcool che c’è oggi. C’erano le “cricche” di giovani, delle quali ognuna di loro si radunava in un quartiere diverso della città.

Chi erano le “cricche”?

Erano gruppi di giovani, la maggior parte studenti, che si incontravano per affinità e gusti culturali. Non tutti necessariamente provenivano dallo stesso quartiere. A volte era anche giovani che durante l’estate vivevano nello stesso villaggio , come Torre delle Stelle, Geremeas, Santa Margherita di Pula, ecc. e si riunivano d’inverno a Cagliari o vicino ad un bar, una piazza, come ad esempio il Bar Cannas in via Cugia.

Queste cricche avevano dei nomi o come le si denominava?

C’era la Cricca di Dal Maso perché ubicati nei pressi del negozio. La cricca della Regione. Quella di Piazza Repubblica la più politicizzata. Quella del Dettori la più borghese, e quella denominata “gli psichedelici” di Santa Caterina, vicino alla suddetta chiesa perché più “figli dei fiori” nell’abbigliamento e comportamento. Poi vi erano altri gruppi come quello del Tennis Club, molto sportivi e salutisti.

Una Cagliari giovanile suddivisa in gruppi. Come ruota la musica attorno a queste cricche cagliaritane e il successivo passaggio alla discoteca?

La musica era proposta dai dj. Se il dj era capace, cioè aveva un “blocco” di musica che faceva tendenza, riusciva a catturare la simpatia dei gruppi, come quella per Filippo Lantini al Lido.

Dove hai conosciuto Filippo Lantini?

L’ho conosciuto grazie a Gianni Aramu e Lello Atzori quando organizzavano queste serate. Ci misero insieme a lavorare, anche se poi dopo abbiamo lavorato sempre in posti diversi, cioè se lui metteva dischi a Capo Blu io lo facevo a Torre delle Stelle all’Acquarium. Esistevano due blocchi d’estate che si spostavano o a Santa Margherita o a Torre delle Stelle.

C’è stato agonismo tra te e Filippo?

Si, ma un agonismo pulito e sportivo perché tutti e due avevamo un proprio pubblico. Filippo era un dj riservato e molto preparato in campo culturale musicale. Ricercava le sonorità e le novità. Io che giungevo dalla discoteca Trocadero, i cui proprietari erano soliti effettuare viaggi negli USA, riuscivo ad avere quasi la stessa tendenza musicale e vinili. Ciò che ci contraddistingueva è che io facevo anche l’animatore. Ero solito truccarmi, vestirmi con abiti ricercati.

Quando ti è nata questa idea di animare le serate con il famoso “trasformismo” alla David Bowie?

Avevo l’idea che lo spettacolo in discoteca dovesse essere musica accompagnata dall’animazione. Per me la gente che pagava un biglietto doveva assistere anche ad uno spettacolo. Avevo diciassette anni e al Trocadero mi ricordo che misi “Fox on the Run” degli Sweet, perché ero solito ultimare le mie serate con questi brani rock molto “energici”, e contemporaneamente mi scatenarmi salendo nella consolle tenendo i piedi ai lati dei due piatti, senza mai fare saltare la puntina con la destrezza di un gatto. Perciò la gente vedeva questa figura che metteva i dischi e che a un certo momento “esplodeva”. Adrenalina pura. Truccato e con dei guanti in raso che agitavo nel buio della sala, con queste luci psichedeliche, le “strobo”, le stroboscopiche , una argentata ed una verde, che creavano una atmosfera molto inglese, facevo impazzire di allegria il pubblico. I presenti ballavano con energia e carica e ricordo che a fine serata tutti mi abbracciavano ringraziandomi per la carica ed esplosione di creatività. Da lì si diventava contemporaneamente amici anche dei presenti che poi diventava il tuo pubblico. Stabilivamo non solo una comunicazione verbale, ma anche gestuale e fisica.

C’era un modo particolare di ballare del pubblico? Nelle discoteche c’era qualcuno e dei gruppi che attiravano l’attenzione per il ballo?

Si. Prima ti accennavo di Hamilton Bohannon. Il suo brano “Foot Stompin Music” era tra i più conosciuto perché in pista dal ballare in solitario, ad un certo punto, si passava a un ballo di insieme , balli di gruppo. Osservavo queste persone che prima ballavano solitarie o davanti alle ragazze scatenate e poi , una volta che mettevo questi brani, si incolonnavano e partiva questo balletto di gruppo, con queste teste e corpi tutti allineati. Uno spettacolo. Tutti che facevano gli stessi movimenti. Una magia.

Oggi abbiamola possibilità attraverso i video di apprendere i passi di un ballo e sapere come ballare un ritmo. Ma prima come facevano a mettersi tutti in sintonia?

Nasceva dai gruppi. Inizialmente dai piccoli gruppi. Si ballava in cinque o sei. Inventavano il balletto e gli altri lo apprendevano e si univano agli altri per ballare, e così via. Ad esempio, il gestore del locale del Trocadero, Nicola Fucci, che è stato un grande organizzatore di serate, inventava i passi dei balletti. Perciò alla fine il venerdì o sabato notte, c’erano i famosi balli di gruppo. Si partiva in cinque, poi diventavano otto, poi dieci e poi venti, ecc. fino a cinquanta e addirittura cento persone.

C’era una creatività del ballo che coinvolgeva tutti? Che faceva socializzare, e accomunare, no?

Si. Di serata in serata si trasmetteva la conoscenza del ballo e man mano ogni serata si aggiungevano più persone fino ad arrivare anche a duecento che ballavano all’unisono lo stesso balletto. Si creavano gruppi di persone che venivano apposta alla serata solo per imparare quel determinato ballo.

Fra voi dj come gestivate queste “masse danzanti”?

Sapevamo che in un momento della serata si doveva arrivare a quel momento

Come ci arrivavi a quel momento?

Non potevi “bruciarlo” quel disco. Dovevi metterlo quando la serata era nel pieno del suo pubblico.

Utilizzate l’espressione “bruciare il disco” per definire un determinato momento?

Ogni disco si mette sempre ad ogni suo momento ben definito. Non si può mettere un certo disco in un “momento morto” che non serve. Il disc jockey intelligente è come il fumettista che ogni cinque pagine ti disegna quella d’effetto. Tu devi iniziare la tua serata normale, poi devi giungere a mettere quel disco, denominato come quello “che ti fa il pieno in pista” , “che ti porta la gente in pista”, e che devi tenere in pista per un’ora. Devi saperla manovrare. È come un pilota che sta sull’aereo.

Il dj è un pilota?

Si, è un pilota perché devi far decollare la serata. Una volta decollata, mantenere l’asseto anche per svariate ore, e contemporaneamente fare in modo che il pubblico non abbandoni quasi mai la pista. Bisogna tenere presente che un tempo si mettevano anche i lenti, durante i quali le persone si riposavano. Insomma dopo un’ora e mezzo di energia dovevi dargli la possibilità di riprendere respiro e chiacchierare. I gestori ci facevano poi presente “guarda che ho bisogno che la gente venga al bar a consumare”, perciò era anche un momento per fare incassare il bar. Bisognava fare produrre anche il locale. Oggi penso che sia un errore quello di “fare assordare la gente” nei locali e di non dare la possibilità di avere una pausa, perché le persone hanno bisogno anche di comunicare. Attualmente durante le serate non riesci più neanche a parlare; è un bombardamento di suono che non porta a niente. Oggi discoteca con quella magia non esistono più.

Un accenno ai dj tuoi contemporanei. Tu hai detto che “hai suonato”, … da quando si usa questo termine?

È un termine che è nato dopo, da quando io già mettevo i dischi. L’azione del suonare, prima era solo riferita ai musicisti. Disk Jockey significa “giocatore di dischi”. Perciò bisogna essere capaci di creare una “scaletta”, una lista di brani, accattivante, ed avere una conoscenza della musica. Infatti una volta che con Filippo Lantini facemmo un percorso insieme, ci fu anche una ricerca musicale molto più attenta. Mettemmo la “New Wave” che a Cagliari fu un’esplosione. La New Wave inglese, quella londinese, un genere musicale che nel 1985/86 è stato vincente. Creammo, sia a Dolianova , al “Mister Brown”, che a Su Stentu, a Sestu, il “disco hit”, un modus vivendi dei ragazzi di Cagliari. La Cagliari che ascoltava musica di un certo livello proveniva da noi. Il nostro pubblico era una èlite di persone che apprezzava anche un certo tipo di musica. Era una gioventù che viaggiava per l’Europa e veniva da noi in discoteca perché trovava la musica internazionale. Noi vendevamo anche delle “audio cassette” con le nostre selezioni a prezzi altissimi, ed erano richiestissime, proprio perché avevamo una musica molto diversa, rispetto a tutti gli altri dj del periodo, come Sandro Murru, che mettevano musica più commerciale.

La New Wave ricordo che era un modo di essere

Si, ragazzi con un certo tipo di abbigliamento, taglio di capelli, giravano l’Europa, e possedevano una cultura letteraria e musicale. Antropologicamente avendo avuto contatti con più culture europee, era una gioventù che si uniformava a quei comportamenti.

La discoteca così diventa da provinciale a visione internazionale.

Si. Noi dj di questo tipo avremmo potuto lavorare anche a Londra o Berlino mettendo la nostra musica ricercata, perché parlavamo lo stesso linguaggio musicale.

Quali i dj di quel periodo?

Fabrizio Minozzi e Dario Prefumo che trasmetteva sia disco music che New Wave. Sandro Murru era più sul fronte della musica più commerciale. Questi i dj più rinomati dell’epoca .

Poi dagli anni ottanta al novanta c’è stato il passaggio dal vinile al cd.

Poi lì ci siamo un po’ persi perché la musica era la Techno

L’apparire della Techno e dell’House. Non ho mai capito cosa sia l’House Music

L’House è basata sull’elettronica. Si hanno delle sonorità strumentali sul computer che vengono assemblate

Sono i dj che assemblano o i musicisti?

In parte la iniziano i musicisti e poi la completano i dj che iniziano a produrla in casa, da qui “house”, e a lanciare musica in maggior parte elettronica, musica fatta con il computer. Negli anni settanta invece erano le band che producevano e suonavano la musica da discoteca. Cool and Gang, James Brown, ecc. Perciò se c’era un errore di percussione o calo percussivo, il dj doveva sapere lavorare con i dischi. La miscelazione era un’operazione da dj professionisti. Prima c’erano i Lenco , e dovevi toccare il disco in un certo modo per fare entrare l’altro sulla battuta, e ciò richiedeva professionalità. Io avevo una difficoltà in più perché facendo questo lavoro, dovevo non solo sapere miscelare, ma anche uscire sulla scena con il mantello ed animare e poi rientrare alla cabina.

Il travestimento era sempre diverso per ogni serata?

Si. Utilizzavo una vasta gamma di colori in tessuto di raso.

Dove trovavi questo materiale?

Molte volte me lo portavano dato che Giancarlo, uno dei proprietari del Trocadero partiva spesso negli USA, lì c’erano negozi con abbigliamento da scena.

Perciò una tradizione statunitense?

Si.

La scena afroamericana utilizzava molto questo abbigliamento con mantelli di raso

Per l’appunto mi ispiravano. Credo di essere stato un pioniere a Cagliari.

Il pubblico ti accettò per la tua creatività?

Il pubblico ne era entusiasta. Inoltre l’Acquarium a Torre delle Stelle si prestava ai miei show perché era un locale all’aperto. Creavo con della carta stagnola delle piste con benzina o alcol e perciò, a un certo punto della serata, facevo scatenare, infiammando le piste, come un inferno di fuoco. C’era un fuoco alto due metri.

Oggi non lo potresti fare più

Eh no! Ti arrestano! Era uno spettacolo. Io aleggiavo poi dietro queste fiamme sui tetti con il mantello. Tutti ne rimanevano coinvolti emotivamente, tanto che chi non riusciva ad entrare in discoteca, che aveva una capienza di quattrocento posti, guardava tutto lo spettacolo dal monte all’esterno perché sapevano che io ad una certa ora accendevo i fuochi e ballavo sui tetti.

Torniamo al Lido del Poetto. Chi erano i ballerini più virtuosi? E quale era la relazione del dj con il pubblico?

Il dj era Filippo Lantini e all’epoca il dj era intoccabile. Lui che era un cultore della musica. La prendeva da Pierpaolo Pisano , un venditore sia di impianti che di dischi, che forniva le varie discoteche. L’Eurogarden era una delle prime, poi c’era il Grillo, dove lavorava Vittorio Podda, un ottimo dj e animatore. Anzi il primo degli animatori. Vittorio è stato il nostro capostipite tra i dj. Poi a ruota siamo susseguiti Filippo Lantini, io, Fabrizio Minozzi, Dario Prefumo, Sandro Murru, Zeno Pisu, Gabriele Pinna, e tanti altri.

Relazione tra il dj e il pubblico. Come era il pubblico del Lido? E se qualcuno beveva qualche drink di troppo?

Abbiamo prima parlato dei ballerini. Filippo sapeva benissimo che il Funky , un certo tipo di Funky, veniva ballato benissimo da un certo tipo di persone che facevano spettacolo. Ottimi ballerini erano i ragazzi del quartiere di Sant’Elia che avevano una capacità artistica e virtuosissima nel ballare il Funky.

Il Funky, che nasce nei ghetti afroamericani, viene recepito e ballato all’epoca dal ghetto di Cagliari.

Si e tra l’altro questi ragazzi di Sant’Elia, che difficilmente venivano fatti entrare, difficilmente venivano anche accettati da una certa Cagliari. Spesso nascevano anche delle risse causate dal fatto che magari qualcuno non gradiva le avance fatte alla propria ragazza, o sorella, ecc. Comunque erano i migliori ballerini e il ballo lo avevano nel sangue. Posso affermare che i “funkysti” puri erano i ragazzi di Sant’Elia piuttosto che quelli del quartiere di San Michele. Tra l’altro ricordo che si fronteggiavano tra di loro. Però i ballerini migliori quelli di Sant’Elia.

Il dj interveniva per riuscire a sedare le risse?

In quel periodo gestiva il Lido Roberto Devoto. Più che sedarla la innescava perché rispondeva agli affronti.

Una vera e propria “febbre del sabato sera” a cazzotti.

Spesso perciò interveniva Filippo Lantini che era più misurato e assennato e riusciva a tranquillizzare gli animi.

Perciò il dj godeva di un certo rispetto?

Si e non solo. Aveva anche un suo carisma. Era carismatico e leader.

Tu riuscivi a sedare la rissa?

Quando ho iniziato a lavorare io c’erano già i “buttafuori” .

Quando nascono i buttafuori?

Nascono dalle risse e solitamente, i provocatori provenivano dello stesso quartiere Sant’Elia come i buttafuori assunti . Con due parole “là che ci seu deu”, bloccavano i loro conoscenti prima dell’inizio di una lite. Erano un filtro comportamentale. Ricordo una volta che mio fratello aveva preso un locale in gestione con i fratelli Congera, in via Vico II Lanusei a Cagliari, con una sala regia con la testa di un camion, ed era sempre affollato ogni giorno. Una fiumana di gente, ma anche lì le risse sempre provocate dalle stesse persone. Alla fine fu assunto Roberto Sala come buttafuori del locale che metteva in bella mostra un grande lucchetto nascosto dalla camicia per intimidazione a chi avrebbe osato scatenare una rissa. L’oggetto sembrava un’arma e questo impauriva gli avventori. Purtroppo la rissa spesso avveniva lo stesso perché ballando si davano delle gomitate e così si scatenava la rissa. Ogni pretesto era buono per fare scaturire ogni scompiglio. Però ripeto tutto sommato faceva parte di un “folclore” perché in fondo erano dei ragazzini di diciassette anni o diciotto.

Una rissa famosa che ricordi

Purtroppo a “Su Meriagu” sul litorale di Quartu Sant’Elena, scatenata però da persone abbastanza adulte, verso il 1987 /88 , il clima si era fatto da “Western” selvaggio. Un periodo molto triste che ricordo malvolentieri. Non era più la “mia discoteca”, la nostra discoteca, mia e di Filippo Lantini. Pubblico più adulto e problemi più grandi. Lì è iniziata la decadenza della discoteca. Già dall’86/87 non si sentiva più quel “profumo” della sala, della socializzazione e divertimento. Per me che ho iniziato dal 1976, che ho proseguito con il Trocadero, Forte Village, Londra e poi insieme a Filippo, ecc, è iniziata dopo quasi dieci anni la decadenza per vedere pian piano scemare quell’innocenza ed ingenuità sincera.

Come era la Londra di quel periodo?

Era la Londra della New Wave, del Punk. Ricordo un ventaglio di colori nell’abbigliamento, le capigliature, ecc. Uno spettacolo e molta scenografia nei locali e discoteche.

L’abito era anche una contestazione al sistema?

Si un diversificarsi dei giovani antropologicamente dalla società conservatrice o del sistema dell’epoca. Inoltre posto che viaggiavo spesso a Londra osservavo l’evolversi di queste trasformazioni musicali, sociali e comportamentali giovanili cercando di portali a Cagliari o in Sardegna nei locali di Dolianova , il “Mister Brown” , o “the reggae”.

Perché cambiavate spesso il nome al locale?

Una volta acquisito il locale principale in seguito prendemmo in gestione quello al lato dove fu adibito a luogo di ristorazione , perciò fu nominato “Disco Hit” perché offrivamo anche un servizio culinario.

Quando nasce il PR? E perché nasce?

Penso sia una figura quasi imposta. È nata con il “Charly”, la discoteca di via Dexart a Cagliari. L’imprenditore Gravellino che aveva preso in gestione il locale non avendo strumenti per potere portare un grande pubblico in sala.

Non poteva prendere un dj famoso?

Aveva anche il dj ma non riusciva a fare quei numeri che gli consentissero di riempire il locale. Così chiamò queste figure i PR, Luciano Congiu e Sese Sanna, che giravano con il motorino offrendo degli inviti per le ragazze in omaggio. Con questi inviti si riusciva a “spostare” il pubblico da un locale all’altro. Perciò “spostando” le ragazze di un gruppo a sua volta si “spostavano” tutti i maschi. Se prima il dj era colui che dettava “l’audience” , il richiamo del pubblico in un locale, il PR si interpose in seguito come figura, tra il pubblico ed il dj. Si è allungata la “filiera” e questi PR ricevevano le percentuali sui biglietti. Questo fenomeno nasce prima a Milano perché nelle grandi metropoli le sale erano più ampie e questo mestiere fu l’imitazione di un qualcosa che avveniva nelle grandi città.

Stiamo arrivando agli anni novanta. Quando nasce l’idea della “cubista”?

La cubista nasce proprio in questo periodo dei PR . La discoteca è andata poi arricchendosi di queste figure, ballerine abbastanza procaci per creare spettacolo. Non erano più i tempi in cui noi in discoteca con delle fiale fosforescenti, che prima mettevamo in freezer e poi lanciavamo in sala dopo averle spezzate, creavamo una serata luccicante ad effetto. Il Cyalume era di grande effetto luminoso. Erano effetti creati da noi artigianalmente, non esistevano gli “effetti speciali” preconfezionati. Dovevi essere un creativo come dj. La cubista che nasce negli novanta è più una figura che viene dalla Spagna, provenienti dalle discoteche ispaniche, come Marbella, Ibiza, ecc.

Una visione alquanto sessista. Un donna oggetto in un cubo. L’inscatolamento del sesso .Sesso in scatola.

Si. Una moda. La discoteca va a “ondate”. Questa figura serviva a portare un certo tipo di pubblico, più maschile che femminile. Posso affermare che ci sono stati dei trasformismi. Anche la discoteca passa attraverso “diversi tipi di step” fino a giungere al suo tramonto.

È interessante l’evoluzione di questo trasformismo

Si perché si è passati dalla “Febbre del sabato sera” a espedienti per cercare di portare un pubblico che poi veniva sempre più scemando. Si notava che si andava sempre più verso un calo del numero delle persone. Si è passati dal balletto, alle cubiste, al cabaret intermezzo, allo spettacolo dentro lo spettacolo. Ad esempio, Gianni Dettori, un mimo trasformista, è nato come artista a Dolianova nel nostro locale al Mister Brown dove con Massimo Balloi e Marcellino Moreno organizzavano degli spettacoli di cabaret. Bisognava creare nella discoteca un qualcosa di diverso.

Ricordo a metà degli anni ottanta a Barcellona, in discoteca, dopo la musica come intermezzo, c’era lo spettacolo del lancio dei coltelli. Un’esibizione circense cabarettista d’effetto.

Bisognava inventarsi lo spettacolo all’epoca all’interno della serata nella discoteca per interrompere una certa monotonia. Spesso uscivo anche dalla cabina e cantavo su una base rap. Fui il primo nel Cagliaritano che dopo avere messo la Sugarhill Gang sulla base di un retro di The Breaks improvvisavo cantando. Il pubblico aveva perciò bisogno sempre di stimoli diversi. All’epoca riuscivi a campare e a vivere del tuo lavoro se avevi creatività. Poteva essere anche creatività musicale. Ecco perché Filippo Lantini è stato apprezzato nel tempo. Era sempre alla ricerca di suoni diversi. Questo è il professionismo competente.

Infatti Filippo Lantini è stato il primo a trasmettere il Reggae di Bob Marley a Cagliari

Esattamente. La ricerca musicale, l’internazionalizzazione della musica e l’apertura a nuove sonorità e non l’uniformarsi ai cliché nazionali radiofonici, massificando l’ascolto, non determina ne determina la qualità. Non significa che se hai in sala un pubblico di duecento persone che sei il migliore dj.

Però non mi hai raccontato quando il video entrò in proiezione durante le serate della discoteca.

Il video entrò negli anni ottanta. Gli artisti associavano ai loro brani le immagini.

Quando nasce invece la Techno music?

Come ti affermavo prima una volta nata la House prodotta dai dj producer, si sviluppa quasi contemporaneamente la Techno.

Vi è anche una traslazione spaziale della musica, dalla discoteca agli incontri dei Rave in ampi spazi all’aperto.

Esattamente. Concentramenti di persone dove il dj è producer anche della sua musica. Perciò non solo mette la musica, ma la crea. Siamo già in pieno degli anni novanta e il digitale avanza. Il vinile sta per essere tralasciato. Internet inizia a diffondere le piattaforme della musica che può essere scaricata gratis.

Oggi molti dj sono le nuove star .

Proprio perché sono producers. E spesso la creano anche in diretta.

Allora possono essere definiti anche musicisti?

Musicisti “sui generis”.

Perché?

Perché non si basano o non hanno presente la struttura sull’armonia, o le conoscenze musicali di intervalli di tempo, ecc. Sono dei creativi. Non si possono paragonare a uno studioso che frequenta un Conservatorio che gli da una struttura e conoscenza della musica ben formata. Un Conservatorio sono anni e anni di studio ed esami da sostenere, teoria, pratica dello strumento, armonia musicale, ecc. In generale i dj producers creano con strumenti elettronici sonorità ballabili, e guadagnano anche molti soldi, mettendo musica e apportando il loro spirito creativo al loro lavoro.

Dal mio punto di vista li definirei più compositori che musicisti.

Si compositori.

Questi dj si sono riappropriati della Consolle. Hanno portato via la scena ai PR e il dj si è ripreso il suo ruolo in regia.

Da questo punto di vista infatti sono contento. Il dj “detta” la musica, e se il pubblico ne riconosce la capacità e la bravura va ad ascoltarlo e il pubblico paga il biglietto. Ed è giusto che sia così.

Tu hai due figlie artiste. Cosa le hai trasmesso?

Gli ho fatto ascoltare tutta la musica che trasmettevo dal 1976 in poi. Sono contento che, nonostante abbiano i loro gusti musicali, mi hanno riconosciuto una scelta qualitativa nella musica che proponevo loro all’ascolto. Spesso capita che quando ascoltano delle cover io faccio presente la storia dei brani e gli presento quello originale.

C’è anche oggi nella musica un richiamarsi a quella del passato. C’è un detto indiano che afferma “se ti perdi ripercorrila strada del tuo passato per ritrovarti”.

Sono d’accordo con te. Proprio per questi motivi, nel campo dell’insegnamento, per arginare la dispersione scolastica, in accordo con il Collegio dei Docenti dell’Istituto Bacaredda di Cagliari, programmammo per gli alunni un Corso per dj. Proposi l’acquisto di due piatti, due cdj, un mixer, due casse e un microfono e feci presente il costo del tutto alla Preside Ruggiu in carica all’epoca. Questo corso riuscì nel suo intento a bloccare la dispersione di quasi cento alunni all’anno, e i ragazzi riuscirono a finire l’anno scolastico con interesse e piacere senza abbandonare la scuola. Fu un progetto più che positivo tanto che aumentarono le iscrizioni nella nostra scuola dato che si era sparsa la voce nel capoluogo che solo ai Geometri Bacaredda esisteva questo corso per dj.

Lo tenevi solo tu il corso?

Non solo io, di volta in volta chiamavo altri dj come Fabrizio Minozzi, ed altri. Molti alunni appresero questo lavoro e misero a frutto l’apprendimento lavorando o nei villaggi o addirittura affermandosi come dj. Molte furono le critiche da parte di alcuni docenti, ma prevalsero quelle positive i grandi risultati raggiunti con i ragazzi.

Si ha un concetto nell’ambito curricolare scolastico di declassamento nell’ambito della disciplina musicale, e non ci si rende conto che è un linguaggio che permette un elemento di profonda socializzazione e di espressione individuale creativa.

Non solo è aggregazione è stare insieme con piacere. Il ballo e la musica, sia liscio che latino porta le persone ad associarsi. Qui a Pitz’e Serra, a Quartu sant’Elena ci sono palestre che affittano la sala dove gli anziani si riuniscono a ballare il liscio. È un’occasione per incontrarsi per non stare soli. In una società così polverizzata dove ognuno pensa a sé stesso non ci sono altri strumenti associativi, ripeto, se non il ballo e la musica. Per proseguire sul discorso dei corsi sui dj, dopo quello al Bacaredda organizzammo da Betosan, un dj, con Stefano Cortis, giornalista, Fabrizio Minozzi, Marcello Casu, un corso pubblico per dj. Molti ragazzi ebbero l’opportunità di imparare il mestiere del dj. In questo corso si utilizzarono i sistemi Traktor e Serato dove veniva importato il brano nei supporti digitali per essere poi lavorato. Non ci si portava più con sé la valigia dei vinili o cd, perché in memoria del PC o di una Usb. Tenemmo il corso nel negozio di dischi di Zimbra , dove abbiamo insegnato ai ragazzi a miscelare con i vinili. Gli insegnammo anche come utilizzare il microfono e come presentare una serata in discoteca. Infine rilasciammo un attestato a coloro che acquisirono le competenze adeguate.

C’è un sogno di Giulio Massidda?

Uno si è avverato. Era quello che ho realizzato insieme a Dario Prefumo e ad altri dj di organizzare una festa all’anno che richiamasse gli anni ottanta e ci siamo riusciti. Riusciamo una volta all’anno a riunire circa mille duecento persone per l’evento mettendo selezioni musicali della storia della dance e altro.

Un sogno invece in relazione alla musica?

Mi sarebbe piaciuto produrre un mio brano.

Potresti farlo con tua figlia

Ho tante idee e non mi dispiacerebbe collaborare con mia figlia Ludovica violinista. Si questo è un sogno che mi manca da realizzare.

Un’ultima domanda che pongo a tutti gli intervistati. Giunge un’astronave con gli alieni da altri mondi. Devi spiegargli cos’è la musica e fare il dj.

Avendo l’impianto a casa gli mostrerei direttamente cosa fa un dj perché visivamente e acusticamente più fruibile nell’immediato. Penso di avere una lingua incomprensibile e perciò l’unico modo sarebbe prendere i vinili di un certo periodo e metterli sui piatti e farglieli ascoltare.

Quali vinili metteresti?

La musica che mettevo all’Acquarium dei miei primi trascorsi e che ho nel cuore, come “Inner City Blues” , o i “ KC and the Sunshine Band” con “ I’m your Boogie man”.

Insomma faresti ballare questi alieni?

Io penso di si. Alla fine questa musica la ballerebbero anche gli alieni o altrimenti c’è l’alternativa che ti disintegrino con un raggio laser.

(Ridiamo)!

 

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