picasso_scienza_e_carita

La faccia oscura della Luna :
Francisca

Prima di morire sussurro'  ai vicini, che l'assistevano nell'ultima ora raccolti 
intorno alla branda vicino al camino…non lasseis sola a Candidedda…e sia 
Gigina le strinse la mano per tranquillizzarla. Il vicinato non avrebbe 
abbandonata la capretta, che se ne stava coricata in un angolo del lungo 
sotterraneo dove sia Francisca aveva abitato per novant'anni e dove ora si 
preparava all'incontro con Dio.  
Ero li' con Pino e Cesereddu, in piedi, a sbirciare la scena dietro le spalle di 
mammai e guardai sconcertato la vecchia morente…non le avevo mai sentito la 
voce prima di quel giorno.

Sia Francisca viveva in su Caminu Mannu, a due passi da casa mia. 
L'avevo conosciuta sempre seduta su unu banghittu de feurra, silenziosa, gli 
occhi chiari da avvoltoio fissi in un mondo che apparteneva solo a lei, fatto di 
miseria, di solitudine e di rinunce. La mano stringeva un bastone nodoso, un 
frammento di una quercia antica, che da decenni non aveva più fronde e aveva  
riscaldato molto inverni. 
Non si muoveva. Non parlava. Forse non respirava. E quando su maistu Usai ci 
aveva parlato delle mummie egiziane, le sbirciavo la blusa nera per vedere se 
sotto non ci fossero  le bende con cui i sacerdoti fasciavano i morti e li 
seppellivano nella valle del Nilo. 
Solo una volta si era animata… quando Cesereddu le aveva legato un piede a su 
banghittu…gli aveva mollato una bastonata che l'aveva preso  al collo 
facendolo restare paonazzo e dolorante per una sera. E sembrava non aver sentito 
sia Ervira che l'aveva rimproverata…ih! Sia Franci', non si fait oicci, ka est 
unu pippiu…perché era ripiombata in catalessi senza lasciare la presa del 
bastone su cui chiudeva una mano ossuta da megera.
Si era dovuta difendere dalla vita, sia Francisca, da quando era nata. 
La mamma non l'aveva mai conosciuta perché era morta quando lei ancora non 
camminava. E il padre era scomparso, come la rugiada al primo sole…inghiottito 
da un destino sconosciuto nelle Americhe, dove era andato a cercare il pane per 
quella bimba che cresceva troppo in fretta per le sue possibilità. 
A sette anni era rimasta sola, e aveva fatto la serva dal notaio, che la 
trattava bene e le aveva affidato l'orto di Perdu Pili, che curava con rara 
maestria. Cresceva su pisu in verdi filari ordinati più alti della sua 
personcina, si intrufolava tra la folta foresta dei pomodori per cogliere quelli 
più rossi e sugosi, solcava a piedi scalzi il varco reticolo di canali erbosi, 
guidando l'acqua in un'instancabile e sapiente irrigazione dell'orto. Tutti in 
paese riconoscevano i prodotti del suo orto…sa corcoriga verde e gialla, su 
perdingianu dal viola splendente…e certe fragole piccole e rosse che avevano 
rubato la dolcezza dalla terra.
A sedici anni aveva sposato siu Lioni e con lui era iniziata un'altra vita. Il 
marito era un uomo buono, taciturno, secco come uno stecco e agile come unu 
cuaddu de ingias; e le mani enormi da uomo aduso alla fatica e il viso baffuto 
severo e segnato dal sole.
 Era unu paleri, un bracciante che prestava il suo lavoro a chi lavorava la 
terra col giogo di buoi…un povero come allora erano tutti, a inseguire una 
giornata per vivere senza morire di fame. Francisca lo amava con la dedizione  
di un cucciolo verso il padrone e quando aveva perso il bambino, mentre mieteva 
il grano in una giornata afosa di luglio, siu Lioni l'aveva abbracciata, forse 
per la prima volta davanti alla gente, incoraggiandola e stringendola come una 
bambola spezzata da un bambino crudele. 
Il dottore le aveva detto che il suo ventre, devastato dalla tubercolosi, non 
avrebbe mai potuto far crescere un bambino…e lei ne aveva pianto, sentendo 
dentro di se' non la forza di una ragazza piena  di vita ma lo squallore arido 
di un cimitero. 
Con Emanuele Lioni visse una vita povera, ma serena e talvolta felice. 
Era bello stare col suo uomo vicino a su fogili, quando la campagna dormiva il 
sonno invernale…bello accompagnarlo alla vidazzone di Quirra partendo dal 
paese al calare della notte e percorrendo sotto le stelle i sentieri terrosi, 
chiacchierando con le amiche del vicinato…bello riposare sotto una quercia 
dopo una giornata sotto il sole…bello sognare una vecchiaia tranquilla, senza 
la paura dell'abbandono. 
Lo seguiva nel lavoro sui campi…ed era la prima ad entrare nel terreno da 
sperdiai e l'ultima a lasciarlo e i cumuli dei sassi raccolti dalla sua fatica 
erano i più alti di tutti, come i sepolcri sul lido della Troade degli antichi 
guerrieri achei…perché sotto quei tumuli Francisca seppelliva ogni giorno la 
sua fame.
Siu Lioni era morto pochi anni prima. Era vecchio e trascorreva i suoi giorni 
seduto con Francisca sull'uscio  di casa, a seguire in silenzio l'intreccio dei 
canestri di siu Chicchinu Boi, il ritmico rumore de su fardassu di siu Peppinu, 
il lento andare di Faustinu carico di fichi d'India, e il chiacchiericcio di sia 
Peppina e sia Marianna…e il vociare  dei bambini, il moto veloce degli uccelli 
dell'aria, e la fuga silenziosa delle nubi verso le montagne
Sedevano sull'uscio e i loro corpi stanchi assorbivano il tepore del sole che 
volgeva il suo corso. Non scambiavano parole…solo si guardavano ogni tanto 
dandosi  fiducia…era passato un altro giorno…ancora insieme.
Quando siu Lioni non ci fu più, Francisca gli canto' le parole piu dolci e 
struggenti…poi si chiuse nel suo scialle nero, si coprì con un fazzoletto di 
tenebra…e chiuse la porta al mondo. 
Mangiava briciole di pane, come le rondini…e beveva un sorso d'acqua come le 
colombe al fiume. Ma solo perché su biginau non la lasciava sola un attimo e 
l'accudiva come si deve fare con tutti coloro che non hanno nulla per vivere, 
che' Dio non perdona chi non ama i vecchi e in loro non onorano  il ricordo dei 
genitori. 

Sia Francisca moriva, e ne era pienamente consapevole. Non aveva nulla, solo 
Candidedda…e l'affidava alle vicine. Fatto questo, poteva andarsene da questo 
mondo e  raggiungere il suo Emanuele.
E quando sia Giuanna vedendo che respirava con difficoltà la prego'…tokkit, 
sia Franci', kalisi' in sonnu ka est fadiada…lei obbedì. Non aveva fatto altro 
nella sua vita…obbedire…prima al padre padrone, poi al padrone, poi al dolce 
marito…e così si addormento' per sempre. 
Da biginu onu, siu  Peppinu le aveva scavato una fossa profonda, proprio dove 
era stato sepolto siu Lioni. E vi aveva posto in un angolino le sue poche ossa, 
che aveva trovato miste alla terra. E quando sua Francisca giunse al camposanto 
accompagnata da tutto il vicinato,fu deposta in quella fossa che raccoglieva, 
come in uno scrigno,l'unico affetto che aveva illuminato la sua 
esistenza…avrebbe dormito per sempre col suo Emanuele. 

 

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