Tony Esposito soldato di pace.

Radio Alter on The Road Communications ha incontrato Tony Esposito. Abbiamo voluto conversare con il grande percussionista, parola che restringe il campo artistico di Tony Esposito. Pittore, stilista, paroliere e compositore, Tony Esposito incarna l’artista alla ricerca perenne dei molteplici linguaggi che veicolano la comunicazione, l’espressione che pongono in essere l’essenza dell’essere. L’artista attraverso la molteplicità sia dell’elemento percussivo, delle frequenze che muovono il nostro sentire l’umanità, ha voluto nelle sue ricerche far emergere, incluso attraverso le frequenze dei colori, quei dialoghi che trasmettono la reciprocità del sentire non solo l’altro ma anche sé stessi. È la costante dell’equazione comunicativa, è l’equilibrio del comprendersi tra emittente e destinatario attraverso le frequenze che confermano l’esserci, l’esistere. Tony Esposito utilizza tutta la gamma dei colori, sia sonori che visivi e traverso i due linguaggi e ne unifica le comunicazioni. L’azzurro opposto al rosso, suo antagonista è l’espressione della frequenza bassa opposta ad un’altra, e così via in tutti i suoi ritmi, e frequenze. La sua musica è un ventaglio di sonorità colorate. È la continua ricerca dell’ordine nel disordine, è l’amalgama dell’esistenza della natura che riporta l’armonia attraverso le proprie leggi nell’esistenza umana e della sua Napoli, identità della memoria dell’artista e rappresentazione sonora e ventaglio multiple non solo di colori ma anche dei “rumori”. John Cage, compositore alla perenne ricerca degli strumenti della comunicazione, anche del disordine , e del rumore ne fa elemento intrinseco della comunicazione perché facenti parte, apparentemente nel nostro percepire, della nostra esistenza. L’equilibrio si fa realtà nel suo antagonista il disordine, ed il linguaggio si organizza nei suoni, nelle pause, nei ritmi percussivi, nei colori, nei contrasti, nell’uno e nel tutto, perché tutti siamo parte di un essenza cosmica in divenire.

Tony Esposito, possiamo affermare, il percussionista italiano per eccellenza. Tony attualmente si sta vivendo nell’ambito della musica un momento particolare dove è chiaro che l’elemento percussivo è la base della musica misurata, ma è anche vero che con l’elettronica abbiamo dilatato dei tempi, cioè il tempo della musica misura si dilata come sonorità o a volte è anche fin troppo misurata. Come vivi tu da percussionista questa dicotomia?
L’avvento del computer, e in parte è vero, ha reso meno organico il valore strumentale della musica, perché in qualche modo si è un poco sostituita agli strumenti, la realtà virtuale del computer, e credo che questo in parte abbia creato un danno a quello che è l’anima della musica suonata; d’altro canto devo dire che quelle cose, per un loro andamento naturale,ci sono poi sempre poi degli esempi di valore anche nelle cose che sembrano alienanti, nel senso che però poi allo stesso modo il computer ha dettato un linguaggio interessante che è stato poi ripreso dagli strumenti stessi suonati. Diciamo che c’è sempre uno scambio dove c’è creatività e fermento. Io oggi parlerei più di crisi dello strumento. Tu hai usato prima una parola che fino a poco tempo fa ai più era sconosciuta , ed era il “percussionista”. Il percussionista è però colui che guida, colui che ha i ritmi, che ha il binario su cui scorrono le melodie, su cui scorrono gli accordi. La percussione è l’anima e non solo è l’anima della musica, perché la percussione è un poco l’anima della nostra vita, lo scandire la nostra vita.
D’altro canto il nostro cuore batte ritmicamente con pulsazioni costanti
Il nostro cuore è uno strumento a percussione. È un tamburo che batte e ribatte. Per me all’inizio è stata una sfida in parte vinta perché quando ho iniziato a metà degli anni del 1970, nel mondo musicale dominavano i cantautori, c’era Lucio Dalla, Alan Sorrenti, i fratelli Barnardo, Gino Paoli, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, ce ne erano tanti e loro seguivano una strada già ben collaudata che quella del cantautore. Avevano una chitarra come supporto, al massimo un pianoforte e soprattutto la musica. Io ebbi l’intuizione ed anche l’ambizione di volere fare quello che è alla base di tutta la musica, il battito, la radice, l’elemento portante. Lo scandire delle cose. Tutti mi dissero, in qualche modo, che era la strada difficile, non credo che neanche oggi si potrebbe parlare di strada estremamente facile, però comunque le cose accadono ed il pubblico si è abituato alla percussione e al ritmo . Poi vi è stata l’epoca della discoteca che ha portato avanti il discorso ritmico e ci si è nutriti dell’elemento percussivo da quegli anni in poi. Possiamo dire che con l’avvento della discoteca si è portato avanti il concetto di ritmo, anche serrato e forte.
In un’intervista che feci al grande batterista Horacio El Negro Hernández, mi disse che uno dei suoi sogni sarebbe ritornare all’elemento percussivo, nel senso che, la batteria è l’assembramento di tutti gli elementi percussivi
Si, ne è la sintesi
E questo suo sogno sarebbe tante batterie quanto ogni batteria riprenda nel suonare ogni singolo elemento percussivo . Sarebbe fattibile oggi invertire il tutto, cento batterie su un palcoscenico solo per realizzare un sogno alla Horacio El Negro Hernández?
Ricordiamo che Horacio El Negro Hernández oggi è uno dei più grandi batteristi del mondo latino. Ha una grande indipendenza e ha suonato con grandi artisti come Carlos Santana, e tanti altri. Lui ha vissuto a Roma per altro, diversi anni, negli anni ottanta. L’idea degli esperimenti sono belli, come gli esperimenti della musica d’avanguardia. Tutti i grandi compositori ed anche i grandi musicisti in Italia si sono cimentati nella musica sperimentale. Basti ricordare il grande compositore John Cage che sperimentò le grandi pentole dove bolliva l’acqua di altezze diverse alla ricerca di nuove sonorità. E perché no? L’esperimento sulla musica è sempre benvenuto perché poi ti si aprono nuove prospettive. Parlando della batteria lo trovo un assembramento geniale e felice. Questa sintesi è successa in nord America quella di non avere troppi elementi sul palco. Allora qui è interessante la storia della batteria che si è evoluta e poi si è inserito anche un discorso, ad un certo punto, inverso, dove la batteria è stata la sintesi del non avere troppi musicisti. Vogliamo ripetere gli elementi? La gran cassa rappresenta la banda, il rullante la banda della banda, lo scandire dei tamburi di guerra, i Tom i tamburi che stanno sopra la gran cassa rappresentano l’Africa, e i tamburi africani, i piatti rappresentano tutto ciò che è metallico e lì ci sarebbe molto da dire. Il suono che nasce dallo strumento metallico è come il suono primordiale che proviene dall’Africa. È un suono di un tubo metallico tagliato che scandisce e copre la gamma dei suoni, suono alto metallico, suono basso e suono medio e poi attorno a questo strumento si è costruita la tecnica. Con l’evoluzione di questo strumento è successo che come stesse tornando di nuovo a dileguarsi perché i batteristi di oggi sono attorniati da tanti tamburi e tanti piatti e secondo me questa è un’involuzione della sintesi in qualche modo perché la sintesi è proprio quella di contenere pochi elementi. Però ritornando al concetto di suono anche un orecchio non abituato a musiche “difficili” , definiamolo un orecchio più popolare, diciamo di un orecchio che non abbia mai battuto il piede quando ascolta una canzone, un orecchio alla base, ci sarebbe tanto da raccontare … ma io vorrei soltanto aggiungere una cosa, noi dobbiamo considerare la musica tutta nella sua egemonia che per ragioni di mercato il pubblico è abituato a vedere il cantante come elemento massimo, e dietro, tutto ciò che lo accompagna. Ma dietro ogni strumento ha la sua voce e percorso. Ci sono alcuni paesi che questo lo sanno e lo fanno meglio e bene. Noi non lo facciamo benissimo.
Una volta in un’intervista a Giovanni Hidalgo e Luisito Quintero conversando sul come loro avevano tratto l’elemento della loro identità culturale percussiva, nascendo chi a Puertorico e chi in Venezuela, appresero ciò nell’ambito proprio familiare. Cioè attraverso una tradizione del suonare in famiglia, la tradizione del suonare in famiglia. Tony Esposito invece?
Io non ho questa tradizione, però la mia grande famiglia è stata Napoli. Vengo da una grande tradizione ma non all’interno di una famiglia, ma all’interno di una famiglia allargata perché io sono nato in una zona popolare di Napoli, in suono “pazzariello”di una volta, oggi è una sonorità rara, dove arrivavano i suoni dei tamburi dell’imbonitore, di questo personaggio simile a Totò, che tutti possono ricordare, dove vendeva e raccontava determinate cose al suono di un tamburo, allo scandire del suono di un tamburo. Per cui sono abituato a questo suono di questa Napoli o forse è stato proprio oppure l’ incessante suono dei tamburi delle processioni. Questi tamburi che vengono suonati dove si porta in giro il peso delle statue sacre. E sono sempre tamburi, così come nelle culture del sud, nella tarantella, dove è il tamburo che crea la traccia, e la medicina del corpo e della mente è il tamburo.
Un tuo ricordo legato a questa tua Napoli che ogni volta che lo fai emergere ti emoziona
Napoli è la città più disordinata che io abbia mai conosciuto, ma in questo suo grande e totale disordine io ci vedo un assetto nel quale io ci vedo un suo equilibrio. Napoli è l’equilibrio del disordine. C’è un disordine di culture, di dominazioni, di stili, di musica, di tante cose. Io sono abituato a questo caos e mi ci ritrovo ancora nel caos. Questo per me è un caos così piacevole, dove a volte mi sembra di ritrovare un senso di pace, proprio perché nel caos ci sono tutti gli elementi a disposizione.
Il tuo collega Edoardo Bennato aveva disegnato nella copertina di un suo disco “Io che non sono l’imperatore” un piano regolatore ferroviario di Napoli della sua Tesi.
Con Edoardo Bennato ci conosciamo fin da ragazzini e abbiamo lavorato tantissimo insieme, così come con Alan Sorrenti e qui voglio ricordare una delle più care collaborazioni che ho avuto è con il grande Pino Daniele. Pino sicuramente è da annoverare tra i grandi poeti di questo secolo. La sua statura poetica è immensa.
Ti manca?
Moltissimo. Mi manca molto perché era un personaggio talmente enigmatico. Al di fuori della scena era una persona molto naif. Era un uomo estremamente semplice.
Come tutti i più grandi. Si è semplici.
Il passaggio dal comune e stare in giro per il mondo su un palco Pino diventava estremamente divino. Sul palco trasmetteva e creava una grande forza comunicativa tanto è vero che Pino è stato amato ed è amato da grandi personaggi in tutto il mondo. Io Pino non lo annovero tra i cantautori. Pino per me è qualcosa a parte. Un geniale poeta.
Concordo. Un’ultima domanda, un sogno di Tony Esposito o un progetto che vorresti realizzare
Io un sogno nel cassetto ce l’ho!
Manu Chao mi dice sempre “Los sueños hay que compartirlos”. (I sogni bisogna condividerli).
Esatto! Le grandi realizzazioni sono partite dai sogni che sembravano impossibili. Il mio sogno è quello di ritornare ad una ritualità, alla conoscenza di una musica maggiormente terapeutica, cioè la musica ha un potere immenso e noi ci limitiamo ad usarla al minimo come il nostro cervello del quale ne usiamo in percentuale pochissimo. Io da musicista affermo che della musica ne usiamo solo il 20% di questa immensa possibilità. Non ci dimentichiamo che è il grande strumento di adesione e fratellanza e connessione, una parola che significa tante cose, che va oltre la comunicabilità e noi questo ce lo abbiamo con la musica. Questo è un sogno che non ho mai dimenticato. Questa omologazione dovuta dal mercato ha ridotto al minimo la musica.
Dalla musica alla pittura, da Franco Battiato a Dario Fo, da Mark Kostabi all’arte a 360 gradi. Tony io ho scoperto un Tony Esposito artista a 360 gradi leggendo la tua biografia. La pittura e l’arte pittorica, ho visto che nelle foto della tua mostra c’era Achille Bonito Olivo, uno dei più grandi critici d’arte a livello di pittura ed arte contemporanea, parlami di questo tuo percorso, come è avvenuto?
Questo percorso è l’imprinting iniziale. Io provengo dalla Accademia D’Arte di Napoli, e la musica era un hobby, poi l’hobby è diventato un vero e proprio mestiere, oltre che una passione, però la pittura è sempre rimasta nel mio DNA. Io ho dipinto , quando avevo vent’anni dipingevo stoffe, ho disegnato gioielli, e poi la musica mi ha portato via nel senso che non avevo più tempo. Dieci anni fa incontro a Roma, grazie ad Achille Bonito Oliva, questo pittore e pianista famoso, Mark Kostabi, alla sua casa romana dove c’erano tanti strumenti musicali e abbiamo così fatto una Jam Session. Poi Mark mi ha chiesto se io potevo produrre il suo disco e qualcuno ha sussurrato all’orecchio suo, ma guarda anche i quadri di Tony. Così Mark mi ha chiesto di presentargli i miei quadri che gli sono piaciuti moltissimo e da lì è nata una stretta collaborazione. Per me l’idea di collaborare con uno dei 15 più famosi pittori del mondo, perché quelli sono, è stata una gioia. Da questo incontro la nascita di una forte collaborazione sia musicale che pittorica si è avviata così saldamente che insieme abbiamo dipinto scenografie, tra poco in Germania con Mark faremo una performance, e a novembre sempre con Mark saremo a New York e Washington D.C. Posso dire che adesso in età adulta sono ritornato ad essere anche un pittore e questo mi rende molto felice. Perché io amo moltissimo la pittura, nel senso che sempre ho dipinto dentro di me, anche quando suono, la scelta dei suoni e dei colori sono miei, sono particolari, e il tipo di musica che sempre prediligo è una musica molto colorata, ho una mia tavolozza compositiva.
Nei tuoi tamburi ci sono dei foulard colorati che cosa rappresentano? Hanno un significato?
È proprio l’apporto, il riferimento ed il contatto e la sintonia che ho con il colore e per me avere dei drappi colorati …mi sono promesso di dipingerli insieme a Mark la prossima volta e voglio dipingere anche i tamburi . Quando sono stato in Egitto ho trovato una stoffa che mi piaceva molto, ne ho comprato due metri, l’ho tagliata, e la porto con me per avere un riferimento, per avere sempre una sintonia con il colore.
Ho notato che nei tuoi quadri prevale l’azzurro . Tu sai più di me che ogni colore ha una sua frequenza come il suono ha una sua frequenza. Tu sei legato alle frequenze. Perché questa prevalenza dell’azzurro e questi colori vivi?
L’azzurro…più di una persona mi ha detto dell’azzurro che prevale mentre io pensavo fosse il verde. Come te hanno notato l’azzurro.
Forse perché io adoro l’azzurro
L’Azzurro sicuramente ha a che fare con la mia personalità, ha a che fare con i miei sogni e la mia indole. L’azzurro per me è sia il mare che il cielo. Sono due elementi fondamentali . Il mare che è l’elemento liquido e che mi appartiene tantissimo è anche il più misterioso . Si dice che noi siamo o discendiamo nella nostra evoluzione da pesci ad animali che poi si sono adattati alla terra, ma a prescindere da ciò io provengo da una città di mare, per cui ho sempre avuto una forte attrattiva ed una tensione emotiva nei confronti dell’acqua, in generale, mi piace il mare, mi piace il mistero, mi piace il mistero della profondità, mi piace il mondo dei pesci, e poi l’azzurro è anche il cielo, da dove partono tutti pensieri, e non si sa mai dove arrivano, tutte le nostre aspirazioni, i nostri sogni, da dove vengono, forse, i nostri misteri, dall’azzurro , dal cielo c’è chi dice che siamo stati visitati da altre civiltà, e per chi è più mistico dice che lì risiede il gesto divino, comunque non a caso l’azzurro del mare e del cielo si toccano, due azzurri , il mare ed il cielo. Tutti e due sono liquidi ed imprendibili.
C’è un tuo collega, un grande artista , Franco Battiato che anche lui dipinge. Avete mai parlato di pittura con Franco Battiato?
No, ma abbiamo fatto una mostra insieme a Roma a Castel Sant’Angelo. Abbiamo fatto una collettiva io Franco Battiato e Gino Paoli, Paolo Conte ed Edoardo Bennato, e tra quelli naturalmente con i quali mi trovo più a mio agio sono quelli, pensa, che hanno avuto un percorso reale e concreto come Paolo Conte e Franco Battiato. Paolo Conte è già un pittore affermato, ha una sua identità forte, il suo catalogo ed una sua forza economica e contrattuale. Poi ho lavorato anche con Dario Fo, fantastico, lui che viene dalla pittura e dalla scenografia. Dario lo considero un bravissimo disegnatore, un grande disegnatore. Invece quello che mi piace di Franco Battiato è che Franco è un minimalista mistico, lui dipinge cose molto semplici e lui dipinge molto con l’oro. Mi ricordo nel 2000 le figure dei Sufi, dipinge quello che ha a che fare con la sua ricerca mistica. Guarda io non spreco parole per Franco Battiato. D’amore si, perché sono parole d’Amore infinite , Franco è una persona bellissima. È uno degli artisti più completi ma soprattutto più poetici e uno dei più grandi che io abbia mai conosciuto. È una persona carinissima. Franco Battiato ha collaborato anche al mio disco.
Come è nata questa collaborazione in Ritmo tribale con Franco Battiato?
Sono andato da lui quando franco stava presentando a Roma il suo primo film. Sono andato a trovarlo in albergo e gli ho fatto sentire la base. Conosco Franco dagli anni settanta. Gli ho detto Franco mi piacerebbe che ci mettessi qualsiasi cosa di tuo e lui mi ha detto mi piacerebbe cantare in inglese questo tuo brano. Lo sento così. Lui è stato così carinissimo. Erano tre giorni difficili per lui perché stava preparandosi per la presentazione , ma lui si è ritagliato uno spazio di tempo per me. Siamo andati nel mio studio a Roma a Trastevere e ha cantato e ha scritto di getto il testo. Bellissimo e poi alla fine conclude con “ci vediamo”.
Sì, conclude con “see you soon” … ci vediamo al più presto…così ha lasciato le porte aperte?
Sì ha lasciato le porte aperte come al solito.
Cosa facevate negli anni settanta? Questi “mitici anni settanta”?
Viaggiavamo parallelamente in quei locali che allora sia a Napoli che a Roma erano d’avanguardia e di tendenza. A Napoli io spesso andavo con Alan Sorrenti e ci scambiavamo le visite. Quando c’era Franco, e c’era spesso Franco a Napoli, ci andavo. E poi a Roma al Folkstudio ,un locale importante all’epoca, Franco che aveva fatto già Pollution , già allora con quella musica si presentava in maniera più estrema. Si presentava con questo organo indiano, accendeva candele, e a me questo piaceva moltissimo. Da allora, poi, è nata una amicizia fra musicisti, ma un’amicizia non di frequenti incontri perché ci vedevamo poche volte all’anno, ma un’amicizia come musicisti. Però il rapporto con Franco è un rapporto d’amore e di rispetto, un rapporto solido che io provo nei suoi confronti.
Ho ascoltato il brano e mi sembra che elementi dell’elettronica appaiono in sottofondo. Anche negli ultimi lavori di Juri Camisasca e Rosario Di Bella l’elettronica riaffiora. Questi anni settanta quanto vi influenzano ancora? Ricordiamo anche la ricerca di un Demetrio Stratos, gli Area, la PFM, ecc. Insomma linguaggi musicali di ricerca
Gli anni settanta si certo, ma l’elettronica in quegli anni non era di largo consumo, e poi con Demetrio ci è stato un percorso quasi parallelo, all’epoca viaggiavamo tutti parallelamente, abbiamo fatto insieme Parco Lambro ricordo che per l’epoca facevo tanti pezzi alternativi e d’avanguardia. L’elettronica all’epoca era l’elemento estremo nascente, anche perché non c’erano tanti strumenti, non c’erano i computer. L’elettronica era un elemento puro perché quei pochi sintetizzatori così semplici venivano considerati alla stregua di tutti gli altri strumenti mentre oggi nell’uso vi è un surplus. Quando sentii all’epoca Franco Battiato usare l’ elettronica mi riportò immediatamente alla mente uno dei dischi dei Pink Floyd che amavo di più, dove anch’io a casa ci suonavo sopra, e così quando sentii Battiato che usava questi suoni ne rimasi incantato perché questi suoni sono suoni molto ritmici, hanno un’alta definizione ritmica, creano ritmi queste sonorità con gli arpeggiatori, insomma ne rimasi affascinato e devo affermare che proprio lui in Italia è stato uno dei primi.
Che rapporto hai invece tu con l’elemento percussivo strumentale e l’elemento percussivo elettronico?
Io uso moltissimo l’elettronica come musicista d’avanguardia. Uso spesso strumenti costruiti da me. Ed anche strumenti elettronici costruiti da me. Ne ho costruiti diversi perché non amo quegli strumenti elettronici, diciamo, ufficiali. Quelli che si vendono nei negozi come le batterie elettroniche, io non uso batterie elettroniche, ma uso i campionatori , ovvero campiono i miei suoni, costruisco i miei suoni e li imprigiono in questa scatola magica e poi li faccio uscire fuori combinandoli con gli strumenti acustici. Ma li faccio sposare come marito e moglie in maniera, spero, quasi perfetta, perché io voglio un matrimonio perfetto tra i due elementi. Non voglio che i due elementi siano in ideocrazia, perché molte volte si sente la musica degli strumenti elettronici dove gli aggiungono una differenza di suono, di volume, di intensità e dinamica e io questo non lo voglio, voglio che questi elementi stiano insieme. Gli strumenti acustici ed elettronici devono viaggiare insieme.
Posto che hai parlato di matrimonio, hai contagiato con la tua arte la tua famiglia? Tua moglie, o i tuoi figli all’arte?
Sempre! Vivendo in una casa con una persona sempre immersa in un caos creativo, invasa di strumenti. Loro sono abituati a farsi strada in casa tra le stanze e il mio studio invaso di strumenti e pennelli, ma devo anche dire da invasione di animali perché un altro elemento fondamentale è il mio rapporto con gli animali. Oggi la mia casa è composta da cinque gatti che diventano dieci con quelli dei vicini, io do da mangiare a cinque gatti a due iguane, che viaggiano autonome per la casa, …
Ma non è che il gatto si mangia l’iguana?
Si amano! Si baciano! Ho una foto bellissima di un bacio tra un gatto e un’iguana.
Perché hai un’iguana in casa? Un antichissimo sauro
Nasce in maniera involontaria la storia dell’iguana. Ho voluto salvare, con il consiglio di mia figlia a Napoli, una piccolissima iguana imprigionata in una bacheca e che soffriva d’estate. Volendola liberare e rendendomi conto che gli animali esotici soffrono per il clima a loro ostile, me la sono tenuta cercandola di farla stare il miglior modo possibile in libertà. L’animale è cresciuto e ho cercato di trovargli una fidanzata essendo un maschio e così le iguane sono diventate due abitanti della mia casa. Adesso stanno bene a casa mia, sono felici e vivono in semi libertà e non se ne vanno via, girano libere nel giardino e quando non sono a casa , fuori per lavoro c’è una gabbia grandissima che li ospita con tutto il cibo e l’acqua. Quando arrivo apro la gabbia e la cosa divertente che nonostante abbiano a disposizione un grande giardino loro continuamente vogliono stare in casa ed entrano sempre dentro, ed io continuamente che li riporto in giardino. Poi ci sono i gatti che convivono con loro e poi ho un cane meraviglioso.
Tony Esposito ed il suo rapporto con il viaggio. Il viaggiare che cosa è per te? Cosa ti ha dato il viaggiare?
Io ho viaggiato sempre tantissimo fin da piccolo. Prima ma devo dire forse anche oggi l’Africa è il centro di gravità dei viaggi, perché è misteriosa e magnifica. Il viaggio è l’incontro con il pianeta, le altre culture, con i suoi rituali, ecc. Tutto ciò che faccio gran parte è dovuto ad un viaggio, sia mentale che fisico, molto c’è della mia città, la misteriosa Napoli, però ogni tanto c’è dell’Africa, del latino America , un passaggio del latino America, a me piace essere cittadino del mondo fisicamente parlando. Così come non mi piace avere un genere, non sopporto l’idea di avere un genere musicale, mi piacciono tutti i generi, ciò che mi interessa è lo stile e lo studio come nella pittura, posso passare da una pittura figurativa ad una pittura astratta, o ad una pittura descrittiva o semplicemente espressiva. Io sono molto curioso, ma l’importante è mettere il proprio stile. Io sono una persona, un individuo curioso di tutto, e nella musica in particolare mi incuriosisce lo stile, e soprattutto viaggiando e suonando ti accorgi che ci sono delle linee che accomunano tutti i sud del mondo, tutti i ritmi del mondo, ci sono cose che sono simili dall’India al Sud America, al centro Africa e al Mediterraneo, sono simili perché il ritmo è il binario su cui viaggiano i valori delle culture, delle civiltà. I ritmi sono come dei valori a volte lineari e simili dappertutto.
Ultima domanda è sull’etnomusicologia come scienza che afferma che l’uomo nell’ambito della sua cultura e dei suoi ambienti organizza i suoi suoni. Perciò la musica è suono organizzato. Ma se un domani, come ha fatto un David Bowie, nella sua ultima memoria ed eredità artistica prima di andarsene da questo pianeta, con Black Star, ci ha lasciato stampato nella copertina la simbologia del disco d’oro di Carl Sagan, dove la Nasa ha inciso tutte le sonorità e suoni del mondo, lanciandolo con il Voyager nello spazio e se questo dovesse ritornare indietro con un messaggio dallo spazio a noi terrestri, che cosa gli direbbe un Tony Esposito a questi extraterrestri? Gli parleresti con immagini o con i suoni?
Io sono convinto, anche se convinto è una parola eccessiva, ma non sono neanche mai convinto di niente, però sono affascinato, sono attratto dall’idea che ci siano state altre civiltà che ci hanno visitato. Questa idea mi piace e mi accarezza tantissimo quotidianamente. C’è chi dice che nei profondi oceani ci siano delle piste, e che il nostro mondo, che è un paese ricco d’acqua, sia stato un mondo visitato per questa ragione. Altri dicono che noi discendiamo dalle scimmie, ed io sono convinto che non discendiamo dalle scimmie, ma siamo solo una razza a parte, ma specialmente un’altra specie di scimmia che è stata contaminata con un altro elemento superiore, perché se noi discendessimo dalle scimmie, le scimmie si dovrebbero estinguere, dovremmo rimanere noi e non viaggiare parallelamente in questo mondo. Ma poi questa capacità di astrarci, questa capacità di vedere oltre, cercare altro e di vedere oltre, è un qualcosa che ci appartiene come se avessimo un messaggio di “oltre”, come se dentro avessimo un piccolo elemento che viene dal di fuori del nostro pianeta. Io sono convinto che c’è qualcosa di particolare. Se dovesse arrivare un messaggio? Non so, io penso che ci siano tante civiltà diverse che hanno le stesse caratteristiche di sviluppo o che magari si sono sviluppate migliaia di anni prima per cui ci può essere la scomposizione fisica, cosmica e molecolare e dinamica, può darsi che riescano ad entrare ed uscire tranquillamente; noi abbiamo bisogno ancora di milioni di anni per fare questo, perciò sono solo più avanti di noi probabilmente, però penso che il suono è un elemento catartico e catalizzante dove il suono è fondamentale in questa dimensione. La vibrazione sonora fa parte della comunicazione universale, ne sono convinto.

“La vita è un viaggio fantastico, va vissuta giorno dopo giorno sapendo cogliere anche le più piccole sfumature. Il resto sono solo supposizioni. Quello che è certo è ciò che è certo, ma non smettere di cercare … Musicisti, soldati di pace.” (Tony Esposito).

 

Paula Pitzalis per Medasa.it

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