Radio Alter on The Road Communications incontra Paolo Nonnis batterista e docente di grande calibratura. Conversare con l’artista è stato ripercorrere la memoria e la storia della musica in Sardegna e in Italia. La storia che non va dimenticata per potere capire il nostro mondo contemporaneo e viverlo con sensibilità ed attitudine ai cambiamenti positivi. “Essere giovani in musica” questo il motto del grande professionista, che per la sua esperienza nel mondo del jazz  sta formando generazioni di batteristi che cambieranno la storia della musica in Sardegna.

Quando è iniziato il tuo rapporto con la musica?

È iniziato da quando ero piccolo. A 12 e 13 anni. Ho avuto la fortuna di avere degli zii a Sinnai che ascoltavano Ella Fitzgerald, gruppi americani e Renato Carosone, che inoltre aveva un batterista molto bravo nella sua band. Così fin da ragazzino incominciavo già ad ascoltare quel tipo di musica e tipo di “groove”. Mi ha attirato moltissimo il ritmo tanto da arrivare al punto di andare al negozio di strumenti musicali “Masala” in via Mannu a Cagliari, e mi comprai un paio di bacchette. Mi ero organizzato un tamburino, di quelli che si usano per giocare con le palline, e con un giradischi, di quelli “schifosi”, mettevo su dei pezzi e ci suonavo sopra. Copiavo quello che facevano i batteristi del disco.

Come era in quel periodo Cagliari? Che ambiente musicale c’era?

Cagliari in quel periodo stava incominciando a rinascere. L’ambiente musicale precedente non lo conoscevo perché ero troppo piccolo per sapere che musiche c’erano nei locali, però c’era il movimento rock. Era il periodo dei Beatles ed era cambiato tutto lo scenario. Nascevano gruppi musicale dappertutto , dai nomi più strani: i Cervi, le Orme, le Ombre, ecc. C’erano tantissimi locali. Era il tempo del Club. C’era stata una grande rivoluzione musicale. Io abitavo in via Tempio e sotto casa mia ve ne erano due: “Happening” e l’altro il “John Piper”. John Piper era più rockettaro il Happening più italiano.

Da chi venivano frequentati questi locali?

Il George Piper aveva le ragazzine più carine con le minigonne più corte. Ti posso dire che questa era la differenza. All’Happening c’era invece un pubblico più maturo. Noi avevamo sedici anni e all’Happening frequentavano ragazzi già ventiduenni o più.

Tu già suonavi?

Incominciavo a suonare già con un mio compagno di scuola chitarrista e poi con gruppo che si chiamava i KO, dove suonava Franco Montalbano, che aveva tredici anni. C’era un cantante molto bravo che era militare qui a Cagliari, alla Monfenera, che era già un professionista più grande di noi e che organizzava la band. Aveva anche trovato un manager, perché bisognava avere un manager. Poi sono passato a suonare con tanti altri gruppi .

La tua prima batteria?

La mia prima batteria era una Hollywood Meazzi rossa. La comprai usata e mi pare l’avessi pagata quaranta mila lire. Dopo un po’ era incominciata a cadere a pezzi e così mi comprai una Premiere inglese. Ancora oggi mi pento di averla venduta.

Come sei passato dal rock al jazz? Sei partito prima negli USA e lo hai studiato lì?

Intanto il jazz che ho suonato io non è mai stato il trio o quartetto. Sono arrivato al jazz tramite l’avere suonato la musica dei Chicago che avevano dei buonissimi fiati. Inoltre ascoltavo lo swing che già da ragazzino conoscevo. Però non mi sono mai addentrato nel jazz tipico da quartetto stile John Coltrane ecc. Sono passato dal rock jazz all’orchestra jazz. Abbiamo lavorato qui in Italia con un gruppo, ma poi siamo dovuti “scappare” dall’Italia.

Perché siete dovuti scappare?

Perché avevamo firmato un contratto con il “Casinò Green Valley” di Damasco.

Casinò “Green Valley” di Damasco? La valle verde?

Si la valle verde. Il contratto in inglese aveva una postilla in francese. Chi aveva firmato il contratto per noi, non voglio fare nomi, parlava l’inglese ma non il francese.

Era un sardo?

Si, un sardo. La postilla in francese praticamente diceva che potevano rinnovarci il contratto unilateralmente, ogni sei mesi, per cui ci avrebbero potuto tenere a Damasco per sempre.

Ma Damasco in Siria?

Damasco in Siria!

 In poche parole tu eri “prigioniero” dei siriani a Damasco

Esattamente. Quindi essendo ragazzini …

Ma come ci siete finiti a Damasco in Siria?

No, non ci siamo finiti a Damasco perché, una volta che abbiamo capito la postilla in francese, abbiamo chiamato l’impresario e gli abbiamo detto che noi non ci andavamo.

Ma cosa c’entrava la Siria?

Perché era un impresario che lavorava con tante nazioni del mondo. Con lui avevamo iniziato quando avevamo lasciato la Sardegna per il Casinò di Sanremo e quindi avendo dei locali di una certa importanza tra questi vi era un locale importante di Damasco. Ma per noi essere “prigionieri “ a Damasco ad un’età abbastanza giovane, senza donne in un paese arabo, ciò ci aveva terrorizzato. Decidemmo di non andare lì. Poi, il fatto che questi ci potessero tenere! Inoltre il proprietario del casinò, che era venuto a sentirci con il suo aereo privato, era un uomo di affari ricchissimo ed il nostro impresario ci fece presente che se lo bruciavamo ci avrebbe “trovato” a meno che non ci fossimo nascosti in una nave da crociera. Così siamo andati via dall’Italia per lavorare nelle crociere caraibiche.

Ma questa è una grande avventura

Il business della musica è un’avventura. Non sai mai cosa c’è dietro l’angolo. Quindi siamo approcciai in questa nave da crociera nei Caraibi e in Alaska.

Eri con amici sardi?

Si un gruppo sardo. Ci chiamavamo i “Blood” ma ci avevano fatto cambiare il nome, perché Blood significa sangue e non è un nome buono per un’orchestra da nave da crociera. Così ci chiamarono i “Sardinians” . I passeggeri ci prendevano in giro e ci chiamavano i “Sardins” che significa le sardine. Poi ho avuto la fortuna di conoscere Dom Famularo, batterista e clinista eccezionale, che era stato con un trio in nave per un mese e mezzo. Ho preso lezioni da lui per un mese e mezzo ogni giorno. Dom aveva studiato con Joe Morello per otto anni e possedeva una tecnica pazzesca. Questo ha cambiato completamente il mio modo di suonare. Dopo che mi sono trasferito negli Stati Uniti d’America a Philadelphia, ho studiato con un altro insegnante che era il batterista del Cesar’s Palace di Atlantic City. Qui ho appreso tutti gli stili, la lettura, però sempre con l’intenzione di specializzarmi nella grande orchestra. A me non è mai interessato il quartetto o il quintetto jazz hardcore. Poi mi sono trasferito a Los Angeles dove ho messo su la prima orchestra. Era un’orchestra rock. Un disastro una big band rock nel momento sbagliato perché solo più tardi diventarono di moda. Fu un’idea buona al moneto sbagliato. Poi ho organizzato la mia orchestra.

Ma il famoso impresario della Siria era sparito?

L’impresario non lo ho più sentito. Si chiamava Bentivoglio ed era di Firenze. Ma lui non ce l’aveva con noi, anzi ci aveva salvato. Era il proprietario dei casinò il problema.

Sarà morto adesso?

Anche se non è morto lui adesso, Damasco è morta. Magari è vivo in Siria.

Noi torniamo in California

California, Los Angeles incontri i musicisti migliori del mondo. Logicamente non c’era la possibilità che io riuscissi ad entrare in una delle orchestre, perché la concorrenza era tanta, con tanti batteristi bravissimi con i rispettivi sostituti. Così ho formato la mia orchestra. Nel giro di tre o quattro anni siamo diventati una delle orchestre top di Los Angeles. Abbiamo inciso un paio di cd, che hanno avuto un ottimo riscontro dalla critica. Un cd ha infatti 4 stelle su 5 perché fu apprezzato tantissimo.

Come era la Los Angeles dell’epoca?

Agli inizi degli anni ottanta per un musicista era una concorrenza terribile. Tutti i migliori musicisti degli Stati Uniti o vanno a Los Angeles o a New York, Chicago e Miami, a meno che non suonino Country e vanno a Memphis.

Concorrenze leali o sleali?

Concorrenze leali. Eravamo tutti amici tra orchestre. Lavoravamo tutti e la competizione era leale. C’erano venti big band attive. Attive significava suonare e fare incisioni. Poi c’erano le orchestre che provavano solamente. Opportunità di suonare in continuazione. Un ambiente musicale fantastico. Uno dei problemi qui in Sardegna, avendo un’orchestra di quindici elementi, è che il numero di musicisti che può fare quel tipo di musica è limitato. È un’isola. Tutti gli abitanti della Sardegna sono come quelli di un quartiere di Los Angeles. Abbastanza complicato. Però ci sono tantissimi nuovi musicisti , da quando sono andato via, sono mancato dalla Sardegna per quasi quarant’anni, che oggi hanno raggiunto dei livelli altissimi.

Poi sei tornato in Sardegna

Si.

Come hai trovato questa Sardegna al tuo rientro?

Per me ritornare in Sardegna dopo quarant’anni è stato come andare in un paese straniero. Perché le leggi sono cambiate. I sensi unici sono diversi. L’asse mediano non esisteva quando sono partito. È come un luogo nuovo. Quando sono ritornato ho abitato a Villasimius per cinque anni. È un posto che amo. All’epoca lavoravo a Cagliari e dovevo per sei volte al giorno viaggiare percorrendo l’orientale, perché ancora non c’era la nuova autostrada. Non mi dispiaceva la panoramica di circa 50 chilometri, ma le curve poi stancano. Poi hanno edificato la nuova autostrada che crolla dopo due mesi, insomma mi sono ritrasferito vicino a Cagliari, nella ridente cittadina di Maracalagonis.

Come è, dal tuo punto di vista, l’ambiente musicale attuale in Sardegna?

Devo affermare che c’è stato un grande cambiamento da come era da quando sono andato via dalla Sardegna. Oggi ci sono molti musicisti che sono veramente dei seri professionisti. Bassisti, batteristi, pianisti, ecc. Quando ero ragazzino non si possedeva la tecnica che hanno appreso i ragazzi che suonano oggi. Noi avevamo la passione, ma non c’erano scuole. C’era il conservatorio, ma che per il rock non serve a niente. E penso che servi a poco in ogni caso.

È strutturata in modo differente la scuola di musica americana? O il conservatorio americano?

Non so esattamente il conservatorio americano da quello italiano, però posso affermare che i ragazzini già dalle scuole elementari, l’ultimo anno, imparano a suonare uno strumento. E qui non parlo del pifferino di plastica che ti fanno usare qui. Negli USA mostrano tutti gli strumenti della sala musica ai bambini e gli si chiede quale strumento vogliano suonare. Si suona nelle orchestre. Si studia la musica nella pratica e nella teoria, sia nelle medie che nelle superiori. Vi è un percorso continuo fino a decidere di specializzarsi in genere, o nella musica , sport o altro. Esistono orchestre di ragazzi all’ultimo anno del college che fanno degli arrangiamenti formidabili, complicati e  professionali. Poi se uno vuole continuare frequenta l’università ad indirizzo musicale si perfeziona sempre più. Come ad esempio la North Texas State University o la Berkley di Boston o la Northridge University in California. Ne escono fuori i musicisti che conosciamo, il fior fiore di musicisti. Qui l’educazione musicale praticamente  non esiste. Se non ci fossero le scuole civiche di musica l’apprendimento musicale sarebbe quasi nullo. Qui le scuole medie ad indirizzo musicale purtroppo hanno la scelta di solo quattro strumenti. Non c’è mai una sezione ritmica completa. Si insegna l’arpa, il clarinetto, e le percussioni, e così non puoi mettere su una band. Il gruppo parte dal piano, basso, batteria, chitarra, e poi aggiungi gli altri strumenti. Qui è impossibile lavorare sull’idea di una big band orchestrale. Siamo in defaillance rispetto ad altri organici europei o nord americani, australiani  e canadesi. Guarda quanti musicisti provengono dal Canada. George Benson, Oscar Peterson e Michael Bublè sono  canadesi.

Il rapporto che ha oggi Paolo Nonnis con la batteria com’è? Ti sei mai adirato con la tua batteria?

No. Non mi sono mai adirato con la batteria. Assolutamente no. La batteria è un’amica.

E con la docenza?

La docenza mi piace moltissimo, specialmente quando vedo ragazzini e soprattutto ragazzine studiare. Quello che ci manca sono donne che suonino tutti gli strumenti. In Sardegna donne che suonino il sassofono, la tromba o il trombone sono pochissime. Negli Stati Uniti ne ho avute molte come membri dell’orchestra che suonavano questi strumenti.

Perché in Sardegna poche donne studiano questi strumenti?

Non è una colpa delle donne. Il fattore è dettato dal fatto che, quando si va ad ascoltare un’orchestra in Italia, specialmente i ragazzi e le ragazze giovani vedono come modello un’orchestra di elementi maschili che suonano determinati strumenti . Non vi sono così altri modelli di riferimento per le donne. Vedendo solo elementi maschili nel suonare quegli strumenti ci si fa l’idea che solo i maschi li possano studiare e suonare. È terribile ciò e tutto parte dall’educazione musicale che qui manca. Quindi con la carenza dell’educazione musicale, del modello di riferimento esistono questi deficit musicali. In genere le donne sono tutte cantanti perché hanno pochi modelli a cui rifarsi.

Ciò porta da parte delle donne cantanti ad avere una mancata acquisizione delle componenti ritmiche? Ti è capitato che qualche cantante non abbia un legame ritmico?

Una cantante se non ha un legame ritmico non riesce a cantare. Canterebbe senza tenere il tempo. Ad esempio, ultimamente ho avuto il piacere di lavorare moltissimo con Simona Arrai. Simone ha preso alcune lezioni di batteria da me in modo informale e lei apprende in modo istantaneo, quasi istintivamente, senza dovere studiare. Quindi non esiste questa carenza di ritmo da parte delle donne. Una delle mie studentesse della scuola civica di Sinnai, Silvia Mascia, adesso sta in Inghilterra e suona con un gruppo. Perciò non è una questione di “gender” , ma di modelli e di educazione musicale.

Perciò torniamo sempre ai fattori culturali

Si, perché qui in generale si ha sempre l’idea che la donna si deve sposare, che abbia determinate mansioni e abbia o sia relegata a certi ruoli. Mi ricordo che, quando insegnavo disegno, ogni tanto davo dei temi.

Tu sei diplomato all’artistico?

Si, in storia dell’arte e disegno.

Artista a tutto campo

Cerco di farlo. Mi ricordo che una volta avevo dato come tema “disegnatevi come vi vedete da adulte”. Più il 90% di queste ragazze si erano disegnate con l’abito da sposa. Una cosa terribile.

Un fattore culturale

Si. All’epoca nessuna si era rappresentata vestita da medico, da avvocato, o altro. Tutte con l’abito da sposa. Quindi un cambiamento si ha con l’educazione e con le evoluzioni culturali. Oggi le cose sono cambiate, però ci vuole ancora tempo per acquisire ancora dei miglioramenti in altri campi. Ci sono voluti quarant’anni per cambiare la mentalità della donna sarda e della ragazzina sarda.

Nell’ambito della composizione musicale ti è mai balenata l’idea di scrivere un tuo libro sulla batteria?

Mi è balenata ma sono troppo pigro per finirlo. Ho iniziato un libro sui concetti del come suonare con l’orchestra, con una big band. Lo ho iniziato, l’ho ripreso più volte e non l’ho ancora finito. Libri di tecnica non ne voglio scrivere perché ce ne sono tanti. Non ce n’è bisogno di un altro libro scritto da me. Però sui concetti è diverso.

Sicuramente dalla tua esperienza ne deduci che in Sardegna manca l’elemento percussivo di tradizione a parte qualche tamburino. A noi manca proprio il linguaggio percussivo nonostante l’Africa sia così vicina e posseggano una tradizione culturale percussiva

Senza scomodare gli africani, che di tamburi se ne intendono, e non scherzano, anche nella tradizione occidentale, come in Scozia, Svizzera, Inghilterra, Norvegia, hanno delle tradizioni del tamburo che noi non abbiamo. Se noi analizziamo una banda, come quella dei carabinieri, o una banda comune, ecc., hanno in genere un solo rullante. Se invece analizziamo la banda del Scottish Royal Marines,hanno sei o sette rullanti. Oppure le March Band Americane con elementi percussivi che nelle nostre bande sono totalmente assenti. Noi non abbiamo la tradizione percussiva.

Secondo te perché da noi manca?

Manca in Sardegna ed in tutta la penisola. Noi abbiamo la tradizione melodica rispetto a quella ritmico percussiva. I ritmi italiani sono molto pochi. Un ritmo tipico italiano è quello della Tarantella, ma altro di più non c’è. Il tango, il valzer, lo swing, il rock, la rumba, ecc. non sono ritmi italiani. Non fanno parte della nostra tradizione culturale.

La tua produzione discografica uscita l’anno scorso in Sardegna

Quella produzione è una registrazione fatta a Los Angeles. Tutti noi musicisti ogni volta che si suonava registravamo il concerto. Si registrava per riascoltare ciò che si eseguiva e per avere dei demo da passare in giro nei locali o eventualmente a case discografiche perché li editassero. A casa di mia madre ho ritrovato, un paio di anni fa, una cassetta in perfette condizioni, con la registrazione dal vivo di un concerto in un locale di Los Angeles che si chiamava Manhattan Jazz . Ho portato la cassetta al “Green Studio” di Ignazio Marcia che lo ha ascoltato e lo ha ripulito digitalmente in modo stupefacente. Così lo abbiamo edito. Fu un bel concerto dal vivo e si può sentire la reazione del tipico pubblico americano dei locali jazz che partecipa alla performance, ciò che invece qui non accade. Sembra che si abbia paura a divertirsi. Si c’è l’applauso ma è sempre contenuta la partecipazione. Negli USA il pubblico è molto più partecipe all’ascolto del jazz. Vi è un dialogo coi musicisti. Il pubblico americano si lascia andare, partecipa al coinvolgimento. Il pubblico americano è abituato ai concerti dal vivo. Senza offendere il pubblico nostrano, ma spesso il loro comportamento è simile a quello dello stare a guardare la televisione. Non c’è interazione. Vi è troppo pudore nella compartecipazione.

Concordo con questo punto di vista, data la mia cultura musicale ispanica dove la partecipazione dell’ascoltatore è attiva anche alla performance

Qui la discoteca funziona tanto, ma la partecipazione a ballare o sentire in modo partecipativo il jazz è nullo. In discoteca un drink dopo l’altro e ballano anche i gattini.

Che cosa apporteresti nel mondo musicale per cambiare questa Sardegna?

Intanto vi è la necessità di più persone che decidano di vivere della musica e si diano completamente alla musica. Ti ho fatto il nome di Simona Arrai prima perché è una ragazza che lasciato tutto quello che stava facendo per dedicarsi solo alla musica. È un lavoro difficile perché non c’è certezza. Non c’è niente di più precario di un musicista, o cantante. Se ti senti male non si lavora e non ti paga nessuno. L’atteggiamento di Simona è un atteggiamento da tenere in considerazione, la dedizione totale alla musica.

C’è un sogno di Paolo Nonnis?

Non invecchiare mai. Specialmente a livello cerebrale.

Non invecchiare con la musica o la musica non invecchia, o non fa invecchiare?

La musica non invecchia e non fa invecchiare. Però bisogna stare attenti a non invecchiare in testa, a rimanere sempre giovani. Pensare da giovane. Pensare in musica rende giovani.

Cosa consiglieresti ad un giovane batterista o a un giovane che si avvicina alla batteria?

Di dedicarsi completamente a lei e studiare mediamente cinque ore al giorno per cinque giorni alla settimana. Tutto qua. Quello che facevo io e tutti gli altri miei colleghi degli Stati Uniti. Questa dedizione ti da veramente la possibilità di acquisire la tecnica e la musicalità per fare tutto quello che vuoi. Ad esempio il musicista americano non è geloso del collega più bravo, anzi ammira lo ammira e lo rispetta.

Esiste una gelosia tra musicisti in Sardegna?

Questo non lo so. Spesso vedo dei commenti sgradevoli in facebook tra musicisti e cantanti specialmente quando qualcuno raggiunge dei successi. Lo trovo inappropriato. Se vedo che un batterista è bravissimo lo rispetto per la sua professionalità. Nei paesi anglosassoni le dinamiche di questo tipo non sono così consuete. L’essere professionali e qualificati non ti fa cadere in certi meccanismi. Penso sia una questione di educazione e di cultura e rispetto. Rispettare un qualcuno o qualcuna che fa un qualcosa con professionalità dal mio punto di vista deve essere naturale, e diventarci amici lo è ancora di più. Ma essere gelosi è ignoranza. Ci sarà sempre un Picasso e uno meno bravo. E allora sei geloso di Picasso? No lo stimi e ammiri. Non dipingerò mai come Picasso, e Picasso non suonerà mai la batteria come la suono io. (Ridiamo).

 

 

 

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