Radio Alter on the Road Communications ha voluto incontrare Sergio Titus Tifu un artista che ci riserverà grandi sorprese nel mondo della musica della nostra isola. Da alcuni decenni giovani e promettenti musicisti si stanno affacciando nel panorama musicale nostrano e mondiale apportando nuovi cambiamenti e nuove strade da percorrere. È una Sardegna musicale che si apre al mondo contemporaneo in concomitanza con le espressioni planetarie senza avere nulla da invidiare con le produzioni d’oltre mare. Sono nuovi linguaggi di comunicazione sonora ai quali la nostra attenzione non ne è rimasta insensibile. Dialogando con l’artista abbiamo potuto entrare in un mondo culturale che non vuole rinchiudersi tra i confini isolani, ma che riflette quella comunicabilità contemporanea che si apre al mondo attuale e che produce cultura e apporta nuova linfa vitale.

Come sei entrato nel mondo della musica?

Sono nato immerso nella musica fin dalla nascita perché mio padre era violinista nella Filarmonica di Bucarest. Giunto in tour in Italia ha conosciuto mia madre, sarda, ed è nato l’amore.

È nato qui in Sardegna l’amore?

Si. Suonava in orchestra al teatro. Mia madre era venuta ad ascoltare il concerto della Filarmonica. Loro si guardavano mentre lui suonava. Mio padre la guardava mentre suonava e poi si sono innamorati.

Che bello. Una bellissima storia

Da lì il matrimonio e la nascita di Anna, mia sorella primogenita che ha intrapreso la carriera di musicista.

Anche tua mamma è musicista?

Mia madre ha lavorato per tanti anni nella televisione sarda di Videolina e conduceva un programma. Anche mia mamma è una grande appassionata della musica.

Perciò anche lei nell’ambito artistico

Si. Ora non più perché si è dedicata alla famiglia e lavora in altri ambiti. Io ho avuto la fortuna di frequentare il teatro fin dall’infanzia. Le opere liriche e i concerti di musica classica sono stati il mio pane quotidiano. Dalla “buca” del teatro osservavo da vicino tutti i musicisti, gli strumenti, quel mondo artistico. Mi affascinavano gli strumenti a corda, il violino, violoncello, l’arpa, la viola, ecc. e così mi innamorai del mondo del teatro. Mi sono nutrito di quelle sonorità già stando nel grembo di mia madre. Non potevo che seguire le orme di mio padre.

È stato stabilito da correnti di pensiero della psicologia musicale che recepiamo le sonorità già dal grembo materno e le riconosciamo una volta che ci affacciamo a questo mondo. È stato studiato il famoso “effetto Mozart” a proposito di ciò, negando o affermando che ci si riconosce nei suoni che ci hanno creato empatia e rassicurazione.  Infatti se si ascolta Mozart durante un fatto traumatico se ne avrà la repulsione nel riascolto. A questo proposito ti domando che significato ha per te la musica, che cos’è la musica e quando suoni che significato le dai? Ci costruisci un linguaggio?

Quando suono cerco sempre di trasmettere le mie sensazioni interiori. Può essere tutto. Amore, aggressività, odio, dolcezza, serenità, ecc. tutte le emozioni che un essere umano può provare. Attraverso il violino identifico me stesso e ciò che provo. È il prolungamento di ciò che siamo nella musica, che poi è soggettivo per ogni persona. Si può ascoltare un brano che suscita ad ogni persona di un pubblico sensazioni diverse ognuno dall’altro. Quindi vivere la musica o sentire la musica è un fattore della sfera del personale. Per ciò che è in relazione al mio vissuto, cerco sempre di catalizzare tutte le mie emozioni , sia positive che negative, nella musica, sperando che questo vortice emozionale venga recepito. Non riesco a manifestare in generale le mie emozioni in modo palese. Il mio carattere protende verso una riservatezza e la musica diventa la mia espressione emozionale di comunicazione con l’esterno. 

Ti è mai capitato che, nel suonare con tuo padre, ci sia stata una forma di competizione di “agonismo sportivo”?

No. Nessuna competizione con mio padre. Mio padre è un genitore che cerca di far uscire il meglio di me. Mi consiglia su come migliorare, è presente quando suono e analizza tecnicamente dandomi dei buoni suggerimenti.

È molto bello questo rapporto artistico genitoriale

È molto bello e utile perché l’errore che si commette da musicisti è il non riascoltarsi dopo l’esecuzione.

E tu ti riascolti?

Eh, no. Raramente. A volte mi disturba riascoltarmi. Però fortunatamente ho mio padre che è il mio mentore.

Sono molti gli artisti che dopo la pubblicazione delle loro produzioni discografiche rifiutano di riascoltarsi. Come una repulsione

Si perché si vuole migliorare sempre più, od anche perché l’avere lavorato molto su delle composizioni, canzoni e temi, si ha la voglia e l’esigenza di addentrarsi in altri mondi e sensazioni sonore. La creazione è una continua evoluzione e non un guardarsi sempre allo specchio.

Torniamo al tuo nome: Sergio Titus. Hai due nomi?

Io mi chiamo Sergio Titus come unico nome perché mio nonno si chiamava Titus. Il mio nome per intero è SergioTitus. A volte uso Sergio e altre Titus.

Come musicista fai una distinzione tra i generi o c’è una scelta di genere musicale? In un’intervista con Paolo Fresu dissertavamo sul significato di genere musicale che è utilizzato nel linguaggio giornalistico per definire, mentre per lui la musica era un tutt’uno senza distinzione di genere. Per te cosa è invece?

Io ascolto di tutto. Non mi soffermo su un genere soltanto e non mi piace suonare solo un genere. Forse è perché mi annoio molto facilmente e perciò ho necessità di nuovi stimoli musicali. Di cambiare genere musicale e di provare a suonare diversi generi. Questo mettersi in continua prova con se stessi, di inserire il violino in un genere dove non è presente e di sperimentare, stimola la mia vitalità. Ho suonato jazz, musica elettronica, rock, musica d’ascolto, tutto è esperienza e ricerca.

Qual è l’esperienza musicale che ritieni più importante per te?

Tutto ciò che ho suonato è stato importante. Suonare generi diversi, in posti e contesti diversi, in vari Festival, e pubblici diversi di differenti età, come il City Fest, il Red Valley e altri sono state esperienze importanti.

Come hai vissuto l’esperienza al Red Valley Festival?

Una bellissima esperienza davanti ad un pubblico giovane. Stare su un palco da solo con il Dj The Rio non è semplice.

Relazione musica e Dj. Anni fa scrissi sul significato che la parola suonare stava assumendo nel linguaggio dei dj. La mia analisi si improntava sul fatto che il dj non “suona”, ma manipola il suono. Tradurre letteralmente la parola inglese “play” “suonare, giocare” ha portato i dj italiani ad invadere questo campo semantico. Tu che suoni uno strumento e collabori con i dj come consideri questa figura, posto la tua esperienza dialogica musicale con i dj?

Esistono i dj producer, sostanzialmente, come il mio amico Riccardo Derio (The Rio), che compongono, usano dei sample, suonano, ecc. e perciò li si può definire compositori di musica elettronica a tutti gli effetti perché compongono e assemblano suoni e composizioni. Perciò compongono musica. Ma nel momento della performance non solo riproduce i suoni che ha suonato, ma tale lavoro diventa anche un  missaggio. Suonare significa prendere uno strumento in mano e suonarlo. Il dj suona nel momento in cui sta componendo la musica in studio. Probabilmente la traduzione della parola “play” ha condizionato l’uso del concetto linguistico.

Come analisi etnomusicologica è molto interessante questo panorama contemporaneo. Stando sempre in quest’ambito scientifico del rapporto che il musicista stabilisce nella semiotica fisica, cioè quella gestualità che si assume nel suonare in relazione con il pubblico, hai coscienza di ciò? Come vivi dal palco questa esperienza? Provi la sensazione di dovere stabilire un forte legame con chi ti ascolta?

Io cerco sempre di creare ed entrare in una mia dimensione quando suono, perché è come entrare in un mondo sonoro che si distacca dall’esterno per concentrarmi sulla musica che sto eseguendo. Ogni singola nota è calibrata e pensata per essere eseguita. Quindi in questo mio stato performativo spesso mi dimentico di quello che sta accadendo all’esterno tanto è il concentrarmi in esso. Prendiamo ad esempio il Red Valley, dove vi era un pubblico variegato, in un contesto ballabile molto affollato, dove devi suonare un certo genere musicale. I BPM sono più ritmati e più coinvolgenti. Devi eseguire una musica che includa la partecipazione dell’ascoltatore. Il pubblico percepisce la tua presenza sul palco ed anche quanto li conduci ad un coinvolgimento motorio ballabile. L’ascoltatore percepisce le tue incertezze e dubbi musicali. Devi essere ben presente e convincente per un coinvolgimento. Sei un pilota della musica.

C’è dunque una recezione e una forma dialogica con tra il pubblico e il musicista?

Si. Si stabilisce una relazione tra l’esecutore e l’ascoltatore. Si deve creare questo dialogo musicale. Come si crei non te lo so spiegare. È la magia della musica. Quando suono in contesti come il Red Valley, davanti a cinquemila persone, e mi rendo conto aprendo gli occhi di questo coinvolgimento musicale, io sono presente in tutto con il pubblico, il mio essere, il violino e la mia energia. È una relazione comunicativa profonda perché mi diverto anch’io con l’ascoltatore.

Con il dj invece che relazione si stabilisce?

Con Riccardo Derio l’amicizia è di lunga data. Tra noi c’è un affiatamento ed affinità. È un artista che stimo molto e sono orgoglioso che stia raggiungendo dei traguardi suoi discografici a livello internazionale. Tra noi non poteva che nascere una collaborazione posto che ci stimiamo reciprocamente.

Dal mio punto di vista posso affermare che siete un duo molto interessante e la musica che producete è veramente bella

Per me è un grande piacere collaborare con lui. Abbiamo sempre avuto dei riscontri positivo sia dagli organizzatori che da parte del pubblico.

Come vedi e vivi oggi il panorama della scena sarda giovanile? Sta avvenendo un cambiamento?

La Sardegna ha tanti musicisti bravi. Professionalmente preparati ed interessanti. Il problema è che c’è poco lavoro, e da parte di alcune organizzazioni , per i costi più bassi,è preferibile scegliere cover band che musicisti professionali eseguenti nuove produzioni. Una cover band lavora sempre. Per un musicista che propone nuove produzioni , le difficoltà sono maggiori.

Come mai?

Facciamo un esempio. Una cover band degli “883” trova più riscontro perché il pubblico conosce le sue canzoni, le canta e le balla. Si riconosce in quella musica e il divertimento è immediato. Si riconosce subito in quelle canzoni. In un progetto originale si deve, invece, prestare più attenzione all’ascolto, e la relazione tra musicista e pubblico è differente. I gestori dei locali chiaramente fanno scelte di massa rispetto al prodotto e alla qualità musicale, a discapito di progetti musicali originali e validi che purtroppo non riescono ad emergere perché non vi è la possibilità d’ascolto.

Hai mai pensato di lasciare per un periodo la Sardegna e intraprendere un’esperienza all’estero?

Si. Ci ho pensato tantissime volte. Non è facile e ci vuole molta determinazione e sacrificio e coraggio.

Tu lo hai?

Partire in questo momento no. Sono impegnato in tanti progetti che non voglio abbandonare adesso. Intraprendere una nuova strada significherebbe ripartire da zero. Prima voglio concludere ciò che ho iniziato qui. Per il futuro è prevista un’esperienza oltremare. Fortunatamente ho viaggiato tanto fino adesso e conosco le dinamiche esterne.

Qual è il paese che ti ha affascinato rispetto a tutti i tuoi viaggi?

Tutti. L’ultimo viaggio che ho fatto è stato in Transilvania, in Romania ed è stato meraviglioso tanto che vorrei ritornare. I paesaggi sono incredibili tanti castelli,, la gente meravigliosa e la cultura interessante.

Il viaggiare ti ispira musicalmente?

Il viaggiare è un’esperienza che ti apre il cuore e la mente. Il confronto culturale è un momento di crescita. Ascolti suoni diversi. La lingua stessa è emissione di sonorità diverse. Tutti i suoni ambientali di un luogo distinto, da quello in cui viviamo quotidianamente, suscita molto interesse. La flora e fauna diverse ed anche il cibo differente è una scoperta interessante che arricchisce. Altre culture che ovviamente ti fanno crescere.

C’è un sogno di Sergio Titus Tifu?

Non ho un sogno in particolare. Mi piacerebbe riuscire a fare un mio progetto da solista. Mi piacciono talmente tanti stili diversi che sto cercando di raggrupparli in un tutto, in un genere che diventi mio, perché non avrebbe senso fare un disco in cui una traccia è jazz, un’altra elettronica, ed un’altra ancora rock, ecc. Sto cercando un compromesso strutturale per creare un genere che rifletta diverse espressioni di generi musicali. Sto lavorando profondamente su questa mia ricerca di interazioni di generi e le idee sono tante. Si ho tanti progetti miei. Però ancora voglio capire un mio inserimento in ciò, e nel suonare tutti i generi il mio timore è quello di non creare un minestrone, ma una mia identità.

Come David Garret che si cimenta in tutti i generi?

David Garret è un interprete di brani rock e pop …

Anche i violoncellisti Apocalyptica di formazione classica specializzato nel repertorio heavy metal hanno contribuito a far entrare il violoncello nel mondo del rock interpretando anche i brani dei Metallica …

Si mi è sempre piaciuto poter cimentarmi in reinterpretazioni del rock o di altri brani … Stimo molto David Garret ed i 2Cellos perché come musicisti e professionisti riescono a staccarsi dall’ambiente classico nel quale sono cresciuti e formati, per produrre altre sonorità e sperimentare in altre campi. Stimo molto i musicisti che si mettono in gioco e sperimentano e si addentrano in altri mondi e generi musicali .

Tuo padre proviene dal mondo classico della musica sinfonica. Come vede questa tua versatilità e visione della musica e nell’affacciarti ad altri mondi?

Io nasco come musicista classico, perché ho studiato al conservatorio, ho seguito l’iter e lo studio del mondo classico. Ringrazio proprio questi studi perché mi hanno permesso di acquisire una determinata tecnica ed una musicalità che certamente non avrei appreso non studiando ciò. Sono specialmente grato a  mio padre per il suo insegnamento e didattica che mi ha trasmesso tanto. Per quanto io non sia un musicista classico e non sono immerso totalmente nella musica classica, comunque sono debitore al mio background, che mi ha permesso di avere delle forti basi e fondamenta per suonare quello che suono oggi con una certa dimestichezza e padronanza dello strumento, che solo uno studio classico ti può dare.  

Sei un violinista e ragazzo di questi tempi contemporanei, ed è giusto che tutto si evolva e cambi, altrimenti saremmo perenni fotocopie di noi stessi. Che titolo daresti a questa intervista?

Non saprei, perché ho avuto difficoltà anche a dare il nome al mio criceto. Ci ho messo una settimana per pensarci … (ridiamo).

 

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