Oggi vi invito alla conoscenza di una brava e molto promettente scrittrice sarda, Laura Vargiu.

Nativa di Iglesias (1976) vive a Siliqua. Appassionata del Medio e Vicino Oriente, dopo essersi laureata in Scienze Politiche discutendo una tesi sulla Storia e le Istituzioni del mondo musulmano, ha approfondito la conoscenza della cultura e della lingua araba, anche attraverso numerosi viaggi tra Marocco, Egitto e Giordania.

Autrice sia di prosa che di poesia, ha ottenuto diversi riconoscimenti in premi letterari sia per i suoi racconti che per le sue liriche.
Ha pubblicato il primo libro, Il cane Comunista e altri racconti (Gli Occhi di Argo Editore) nel 2012; nel 2015 è la volta del racconto Il viaggio (Youcanprint), seguito, sul finire dello stesso anno, dal romanzo La Moschea, edito da Zerounoundici.

 

Ho letto Il viaggio e ne sono rimasta positivamente impressionata per la lingua pulita, scorrevole, corretta ma senza impressione di essere volutamente sorvegliata: la narrazione, infatti, fluisce quasi ininterrottamente come lungo soliloquio della protagonista, Aicha, dall’inizio del viaggio verso il villaggio d’origine, fino al suo arrivo. Si ha, dunque, un’impressione d’immediatezza e spontaneità che fa entrare subito in empatia coi sentimenti, i dubbi, le speranze e le paure, nonché i rimpianti, della giovane trentenne marocchina, divisa, fisicamente e psicologicamente, dalla numerosa e variegata famiglia d’origine e dalle sue due identità mai fuse, araba, ufficiale, e berbera, marginalizzata.

Si ha la sensazione di essere con la protagonista tra Marrakech, Rabat, Ouarzazate, anche se alcune località vengono solo nominate. Si attraversano mercati affollati e strade polverose, si vedono piccole casupole e grandi università, donne intente a lavorare faticosamente sui tradizionali tappeti e altre che con fatica cercano emancipazione per sé e le altre. Vecchie e nuove generazioni a confronto.

Tutto riprende vita e movimento dentro Aicha a partire da un viaggio inaspettato, non voluto, ma forse sempre sperato, seppure non cercato. Il cammino e il lasso di tempo che porta la donna dalla sua nuova vita al paesino d’origine e alle sue radici mai dimenticate o totalmente recise, è occasione per scavare dentro sé, tra i ricordi, per porsi domande, per entrare coi suoi dubbi in un mondo che non crede più suo.

Lontano, quasi mitico, ai margini fisici della vicenda, campeggia con la sua presenza il deserto, motore immobile di azioni che hanno avuto pesanti conseguenze sulle vicende personali e familiari e che potrà, forse, rivelarsi deus ex machina della situazione.

Svariati sono i temi che, per motivi di spazio, vengono solo sfiorati, ma tutti sempre attuali e stimolanti: la famiglia, il ruoli di donna e uomo al suo interno e nella società, la cultura, l’emancipazione femminile, i sentimenti con in cima l’amore genitoriale e filiale, i bisogni primari, non solo e non tanto economici, quanto psicologici e emotivi.

L’autrice ben rende l’evidenza di equilibri fragili e complessi che regolano e sostengono lo sviluppo della personalità in ogni tempo, luogo o cultura. Così emergono, toccati con garbo e contezza, punti caldi e nevralgici della nostra più recente vicenda storica, umana e culturale euromediterranea. Aicha incarna tutto questo e lo vive, lo soffre, lo elabora e lo supera, anche grazie al viaggio che compie sia fisicamente che dentro di sé e non di meno con l’aiuto, inconsapevole, della piccola Aicha, quasi sua proiezione o alter ego, che le offre una nuova imperdibile possibilità per poter essere finalmente se stessa.

Katia Debora Melis

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